Alba Zari, "The Y"

"Alba Zari. The Y" di Iliaria Speri, da 1000 Words

Il momento fotografico più dirompente della mia vita risale a 5 anni fa.
Mia nonna di 87 anni entrava – all'epoca noi ancora lo ignoravamo – nel primo stadio della demenza senile. Un giorno a casa sua notai che in salotto la poltrona dove mio nonno sedeva per guardare la tv quando era vivo, era sorprendentemente occupata da un suo ritratto in bianco e nero. Una coperta copriva la foto fino al naso, in modo che lui potesse respirare, e all'altezza della testa era stato sistemato un morbido cuscino. Lei aveva letteralmente messo mio nonno a letto. Da allora ogni immagine stampata o in movimento divenne per lei reale, poiché in pochi mesi non riusciva più a cogliere la differenza fra una persona in carne ed ossa e la sua riproduzione.
Le immagini avevano preso il sopravvento.
Le fotografie sono uno strumento con cui costruire e preservare i ricordi. Il loro potere sulla nostra percezione del mondo è incommensurabile. Forniscono agli estranei un'identità e ci aiutano a ricordare coloro che se ne sono andati. Ci confortano negli spazi vuoti dell'assenza o della perdita di qualcuno, quando ricordiamo o quando stiamo aspettando.
Sono la prova della nostra esistenza. Fra molte altre ragioni, questa è quella che rende ombelicale il legame fra l'uomo e la fotografia. Non possiamo farne a meno. E se questo non fosse sufficiente, le fotografie sono sempre “disponibili”.
Internet e le nuove tecnologie hanno cambiato immensamente  i modi in cui ci rappresentiamo, moltiplicati dalle nostre seconde esistenze virtuali nei social media. Permettendoci, con semplici strumenti e codici, di respingere la morte con straordinari risultati. Un esempio interessante, fra i molti, è quello del video di Cecile B. Evans, “Hyperlinks Or It Didn't Happen” (2014), un poetico monologo sulla coscienza e su ricordi  personali dell'attore defunto Philip Seymour Hoffman, narrati da una sua copia digitale. Il video è popolato da spam di vario genere, ologrammi e rendering di fantasmi. Una prova che la distanza fra il reale e il virtuale sta diventando sempre più sottile.
Pensiamo. Che cosa succederebbe se si scovasse l'immagine di una persona di cui si conosce l'esistenza, ma che non si è mai conosciuta? Questo è quello che Alba Zari, nata a Bankok nel 1987, ha cominciato a pensare dopo il 4 gennaio 2014, giorno in cui ha scoperto che l'uomo che appariva nei suoi pensieri sotto l'etichetta di “padre”, nei fatti non era il suo padre biologico. Un'inaspettata rivelazione fattale da suo fratello con il quale era sicura di condividere le stesse origini biologiche tailandesi. L'analisi del DNA aveva confermato questa scoperta. Non esisteva alcuna corrispondenza fra i loro geni. Improvvisamente Zari si trovò di fronte al crollo della sua identità e del suo senso di appartenenza. Così decise di trasformarsi in un detective privato e cominciò ad indagare su questi risultati, raccogliendoli poi nel progetto “The Y”, titolo che fa chiaramente riferimento ai cromosomi maschili nel DNA. Ciò che emerge è un report visivo-concettuale-medico sui geni, che porta in superficie alcune delle più interessanti caratteristiche che rendono la fotografia un incredibile, unico e affascinante linguaggio.

Nonostante la premessa autobiografica, il progetto è caratterizzato da una rara e notevole capacità da parte dell'Artista di non controllare completamente la sua storia. Lascia spazio a che i frammenti si compongano attraverso tentativi, fallimenti e scoperte, piuttosto che imporre un'inutile – quanto dolorosa, come Zeri specifica in una precedente conversazione – sistemazione delle varie implicazioni emotive. Il risultato è una serie che rende omaggio alla lunga storia della fotografia medica e forense, e alla sua trasformazione in processo artistico – dai famosi esperimenti di elettrofisiologia di Duchenne de Boulogne e Adrien Tournachon, passando per Larry Sultan  e il pioneristico libro fotografico di Mike Mandel “Evidence” (1977). Viaggiando per il mondo sia fisicamente che virtualmente, dalla Thailandia agli Stati Uniti passando per YouTube, il lavoro di Alba Zari fonde rapporti scientifici, immagini d'archivio, negativi cinematografici, cimeli personali, ritratti fotografici, foto segnaletiche e ricostruzioni facciali in 3D.

Una volta ottenuto il suo certificato di nascita, Zari ha iniziato a cercare l'uomo che lo aveva firmato. Dopo ricerche colossali su Internet, si rivelò essere una persona senza fissa dimora che viveva a Santa Barbara, in California. Nella serie, l'uomo appare accanto al suo padre putativo e al fratello in una sequenze di ritratti a 360° - il tipo di foto usate per determinare i tratti del viso nell'imaging digitale. Alla fine del viaggio, Zari scopre che il nome di suo padre era Massad e che lavorava per la compagnia aerea Emirates Airlines. Successivamente Zari passò ad analizzare il suo album di famiglia, costruito su una figura paterna non più credibile, prima di passare al processo di esclusione impiegato negli studi fisionomici, attraverso un test basato sui propri tratti, così come quelli di sua madre e sua nonna. Lavorando su un autoritratto di grande formato, ha chiaramente evidenziato come il suo naso, la sua bocca e gli occhi avevano una sorprendente somiglianza con quelli di Massad. Tuttavia il rsultato non era ancora del tutto soddisfacente.

Come ultimo tentativo Zari utilizzò “Make a Human”, programma usato nell'animazione digitale per disegnare avatar. Con questo software, Zari creò un identikit digitale, inserendo i suoi tratti facciali - quelli appartenenti alla linea paterna - su un modello digitale neutrale. In termini visivi, ciò che è più interessante dei rendering che il software può fornire - come sottolineato da Adam Broomberg e Oliver Chanarin nella loro sconvolgente serie Spirit is a Bone (2015) - è che nonostante la loro verosimiglianza sono progettati per guardare fissamente oltre. Da qualsiasi angolo si guardino questi avatar, il loro sguardo ci aggira, puntando verso un'altra dimensione, a cui non abbiamo accesso. La completa assenza di interazione, di interconnessioni umane, segna il verificarsi di una importante transizione nella nozione di ritratto stesso, che richiederà senza dubbio ulteriori esplorazioni in futuro. Alla fine, il progetto termina con la visualizzazione più vicina all'”uomo” che l'artista avrebbe potuto ottenere - un avatar del suo presunto volto. Solo il web può ancora rappresentare per Zari una speranza, dal momento che il ritratto in 3D sarà pubblicato online e diffuso in tutto il mondo in una open call globale che venga in aiuto al processo di identificazione in corso. I risultati sono imprevedibili. Nelle parole dell'artista, il resto riguarda la vita.

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