La San Pietroburgo di Igor Posner

Igor Posner, Past Perfect Continuous
Red Hook Editions, 2017.
Ottavo, pp. 160, rilegato con sovraccoperta.
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Vi proponiamo qui di seguito la traduzione della recensione di Lev Feigin, apparsa su www.lensculture.org

Past Perfect Continuous, nuovo fotolibro di Igor Posner, si chiude con una frase – l'unica presente nel volume -  che fornisce le poche scarne informazioni sugli scatti: “Le fotografie in questo libro sono state scattate fra il 2006 e il 2009 quando sono tornato a San Pietroburgo, luogo della mia nascita (allora Leningrado), per la prima volta dopo 14 anni”. Il resto della monografia è pervasa da un austero silenzio. Nessuna introduzione. Le immagini si sottraggono a spiegazioni o ad una sequenza narrativa lineare - ma la frase finale è sufficiente.

Tornare a casa dopo diversi anni significa per chi se n'è andato rivedere la città in cui si è cresciuti, capire il nuovo ordine delle cose ma non appartenergli. Immersi nel “qui e ora” si rimane fedeli al solo passato. Durante la notte, quando sui marciapiedi della città si spengono le luci, l'immigrato che li percorre si trasforma in un'apparizione.

Ad ispirare Past Perfect Continuous è proprio questo leitmotiv della duplicità. Le fotografie in bianco e nero - granulose, spesso deliberatamente sfocate, sconnesse, oscure - testimoniano di uno sguardo che appartiene alla memoria e all'evanescenza, ovvero, come dice il titolo, al tempo stesso.
Le fotografie di Posner, splendidamente stampate, escludono la Russia contemporanea dalle vie di San Pietroburgo; non ci sono cellulari, segni di innovazioni capitalistiche, cartelloni pubblicitari o automobili abbaglianti. Ogni scatto trasporta la capitale in uno stato di atemporalità, come se l'artista stesse resistendo al presente, a momenti quotidiani che coprono strati di percezione più oscuri, più profondi e più elusivi.

La San Pietroburgo di Posner, vista attraverso la doppia prospettiva di colui che torna, è frutto di peregrinazioni notturne  in vecchi quartieri di dostoevskiana memoria, con occasionali puntate in bar dove gli avventori consumano velocemente sigarette e pinte di birra. Le espressioni inquiete degli avventori abituali vengono spazzate via dalla sfocatura della macchina fotografica e dalle esposizioni lunghe. E anche loro divengono figure spettrali.
Questo approccio estetico richiama lo stile di Daido Moriyama “are-bure-brokeh”, un linguaggio ruvido, oscuro e sfocato nato nelle strade di Tokyo, ma Posner, a differenza di Moriyama, non è un provocatore. Il suo sguardo non sciocca ma distilla una trascendenza privata alimentata dalla spinta dei suoi ricordi. Il desiderio dell'artista di trascendere il presente si riflette nelle striature del cielo buio, nei riflessi del lampo che si riflette nella neve, sulle facciate fatiscenti, nei torbidi interni di appartamenti popolari sovietici, nelle fotografie di vecchie. Il passato scruta da ogni luogo. Rovine abbandonate. Uomini che comprano la loro eterna bevanda alcolica ai chioschi. Una tv abbandonata nella tromba delle scale. Nella notte, nel parco giochi, uno scivolo a forma di razzo, onnipresente nell'URSS, punta la sua fusoliera verso un futuro comunista che non è mai arrivato.
Il libro di Posner disegna una topografia urbana inquietante, un universo alternativo nato da un dialogo privato con la città. Si guardi, ad esempio, l'immagine di luminosi fiocchi di neve che cadono nella notte all'ingresso di un condominio vecchio stile. I cancelli sono spalancati. Le finestre illuminate sono leggermente sfocate. Antenne e rami nudi puntano verso il cielo plumbeo. I fiocchi di neve, cadendo, diventano strisce luminose che trattengono il tempo. La scena è profondamente irreale. Il momento del ritorno, la cui impossibilità è fatalmente attrattiva, è diventato una fantasmagoria.

Posner ha costruito il suo stile visivo elusivo per le strade di Los Angeles e a Tijuana e lo ha portato con sè a San Pietroburgo. Ma San Pietroburgo, a differenza di L.A., vive nel passato rievocando costantemente i suoi fantasmi.
Nel punto d'incontro fra una tendenza artistica nata negli Stati Uniti e una metropoli celebrata dagli scrittori come “la città più irreale”, Posner svela il suo paesaggio urbano mentale. Ogni immagine è un ricordo di questa città rievocata in sogno, che si connette alle altre attraverso corrispondenze sotterranee.
Discutendo della differenza tra ricordi e fotografie, il compianto John Berger scriveva “whereas remembered images are the residue of continuous experience, a photograph isolates the appearances of a disconnected instant.”
Posner nella sua testa ribalta questa formula. Ciò che otteniamo sono residui, le immagini di tracce lasciate nella mente, l'aspetto delle cose dopo aver chiuso gli occhi e aver permesso loro di dissolversi. Schivando la tirannia della messa a fuoco che isola il visibile, le fotografie, come San Pietroburgo, sono tutte liquide. Alla città non è mai permesso di aderire completamente alla pellicola, ostacolata da una soggetività che la combatte, la contesta e la dissolve in una macchia. Il risultato di una tale poetica di dislocazione è una nuova casa oltre i confini, perfetta e continua.

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