Luciano D'Alessandro. L'uomo, l'artista

"Non sono un artista, non vivo di mie invenzioni, posso fornire al massimo un taglio. C'è la folgorazione dell'anima a riconoscere lo scatto giusto. Nel momento del servizio mi sentivo come uno che levita, restavo attaccato al fatto entrando in una specie di trance. E come dice Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra romana ci andavo dentro con umanità, si trattasse dell'Ermitage o del manicomio".

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«Non sono un artista, non vivo di mie invenzioni, posso fornire al massimo un taglio. C' è la folgorazione dell' anima a riconoscere lo scatto giusto. Nel momento del servizio mi sentivo come uno che levita, restavo attaccato al fatto entrando in una specie di trance. E come dice Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra romana ci andavo dentro con umanità, si trattasse dell' Ermitage o del manicomio». Questa dichiarazione di Luciano D'Alessandro - estrapolata da una intervista di Stella Cervasio in occasione della sua ultima mostra a Villa Medici, Roma, dal 7 novembre al 19 dicembre 2006 (Repubblica, 5 Novembre 2006) - ci dice quasi tutto su chi fosse questo grande fotografo italiano, nato a Napoli nel 1933 e morto nella sua città il 16 settembre 2016.

Per conoscere a fondo Luciano D'Alessandro ed avere subito una idea chiara, inequivocabile della sua arte, della sua sensibilità, della sua umanità occorre partire dal suo libro più importante, Gli esclusi, pubblicato nel 1969 dalla Casa editrice Il Diaframma. Il libro è il risultato di tre anni di lavoro trascorsi da D'Alessandro nel Manicomio Materdomini di Nocera Superiore, dopo aver incontrato nel 1965 lo psichiatra Sergio Piro che ne era il direttore e che lo aveva accompagnato nella sua ricerca.

Lo stesso Piro, presentando le fotografie di D'Alessandro, ci fornisce una chiara chiave di interpretazione, dicendoci come la solitudine del malato fosse apparsa a D'Alessandro in tutta la sua disperata evidenza, usando le stesse parole con cui il fotografo aveva accompagnato una prima pubblicazione delle fotografie su Popular Photography Italiana. Dice D'Alessandro: “colsi quello che a mio avviso era l'argomento centrale di questo racconto fotografico: la solitudine del malato mentale, rispetto al suo mondo di provenienza, rispetto agli altri, una solitudine che nasce dalla malattia”. Ma le foto di D'Alessandro ci mostrano, come vuole mettere in evidenza lo stesso Piro, l'altra causa di questa solitudine che la sensibilità di D'Alessandro aveva colto, e che egli sottolinea con forza e porta in superficie: era la violenza che sugli stessi veniva esercitata dalle strutture, dalle terapie siano esse farmacologiche o dei corsetti di sicurezza, dagli stessi psichiatri, più o meno consapevolmente. Ed è questa violenza che conduce alla solitudine, all'esclusione, e questa violenza emerge dalle fotografie di D'Alessandro che pertanto diventano il documento più efficace. A questo proposito la denuncia di Piro è esplicita: “il vuoto totale in cui si trascina l'esistenza dei malati non è il vuoto della malattia come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l'apatia, l'inerzia e l'abbandono ha creato in coloro che sono esclusi da qualunque movimento e da qualunque dinamica. Se già lo spazio dell'uomo era ristretto dalla sua alienità, esso viene ulteriormente ristretto dalla violenza e dall'abbandono”. E se la comunicazione con gli ammalati è bloccata Luciano D'Alessandro fa parlare le mani che nelle sue fotografie riescono ad esprimere lo stato di abbandono, di segregazione, di violenza e di soprusi.
Ed ecco tracciate le coordinate dell'abbandono, dell'esclusione, della violenza, su cui Luciano D'Alessandro svilupperà tutta la sua attività di fotografo, sia quando fotograferà il terremoto dell'Irpinia, il colera di Napoli, la condizione operaia nelle fabbriche e nelle campagne del Sud Italia.
“Fotografo napoletano, legato in modo viscerale e tormentato alla sua terra, denuncia con i suoi scatti il degrado economico e morale in cui versa la sua città, in foto che fanno quasi da contrappunto visivo alla durezza degli scritti di Anna Maria Ortese e Domenico Rea. Ma segue anche le proteste dei disoccupati organizzati, documenta l'epidemia di colera del 1973, entra nel mondo della fabbrica, passa da fotografie di stringente cronaca ad altre più simboliche e aperte a contenuti e rimandi molteplici, ma sempre con estrema concisione e incisività e con un tono caustico e amaro. Lo vediamo in particolare nel reportage Dentro le case, in foto come quelle del bambino che siede come un piccolo re su una poltrona d'epoca in una villa romana, in una posa ieratica che stride con il movimento dei due camerieri sul fondo della sala, o in quella della donna ripresa nel salone di una villa di Capri, imprigionata nell'eleganza dei suoi abiti in una ‘casa di bambola'. Sono immagini in cui la condizione di solitudine esistenziale o di alienazione dei personaggi ritratti è messa in diretta e mordace relazione con la loro posizione sociale, con il loro contesto di vita" (da U. Lucas e T. Agliani, “La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia”, Einaudi 2015).

Luciano D'Alessandro era nato a Napoli nel 1933 e già nel 1952 aveva iniziato a fotografare, frequentando  dapprima lo Studio di Paolo Ricci - pittore, giornalista, critico teatrale, scenografo, fotografo, antifascista militante, comunista, prigioniero politico - passando quindi al professionismo con collaborazioni con le testate più importanti italiane e mondiali: L'Espresso, Time, Il Mondo, Life, Stern, L'Europeo, Corriere della sera, Rinascita, L'Unità, Daily Telegraph, Die Zeit, Le Monde, Il Mattino, Progresso fotografico, Popular Photography Italiana, Il Diaframma, Camera.
Negli anni 1954-1956 sarà fotoreporter della redazione napoletana de L'Unità. Saranno questi gli anni dei suoi primi viaggi, nel 1955 a Parigi, dove avrà modo di conoscere J. P. Sartre e nel 1957 in Unione Sovietica per il Festival mondiale della gioventù. Da questa esperienza nasce il suo primo reportage fotogiornalistico.
Nel 1959 iniziano le pubblicazioni sistematiche su Il Mondo e nel 1968 la collaborazione con L'Espresso (durerà per 10 anni). Pubblica lunghi reportage su Napoli. Nel 1970 il suo viaggio a Cuba e il  reportage sulla realtà cubana.
Nel 1972 pubblica Così Capri, 116 fotografie in b.&n. con una presentazione di Graham Greene. Lo scrittore inglese, che dichiara di essere ancora nuovo a Capri: “da poco più di ventitré anni ho la mia casa a Caprile, e ancora mi capita di scoprire ad Anacapri strade nelle quali non ho mai messo piede. In molte di queste sono stato condotto dal libro di D'Alessandro…. .. Questo è il miglior documento fotografico esistente su Capri”

“Ricordo bene Graham Greene” -  ricorderà D'Alessandro in una intervista degli ultimi anni - “ha scritto la prefazione del mio libro ‘Così Capri'. Ricordo di lui il suo carattere difficile, ma al contempo molto affettuoso e gentile. Era duro solo all'apparenza e si nascondeva un po' alla vista degli altri. Se gli si chiedeva qualcosa, era molto disposto a dare”.
Capri, la sua isola, l'isola delle sue prime foto era entrata nella vita di D'Alessandro molto presto: “La prima volta che sono sbarcato a Capri avevo due anni. Mio padre amava l'isola. Era un politico e qui veniva per incontrare i suoi compagni di partito della sinistra di quell'epoca, il Pci. Il primo ricordo nitido che ho di Capri è l'incontro con gli amici di mio padre, parliamo della fine degli anni Cinquanta. Ricordo perfettamente il rapporto con Giorgio Amendola. Era come un secondo padre per me”.
A Capri le sue prime esperienze in camera oscura con i suoi amici capresi  Alessandro Catuogno  e Costanzo Vuotto, all'allora hotel La Pineta, dove  Vuotto aveva attrezzato una camera oscura. Aveva in fitto una casa in via Lo Pozzo, ad  Anacapri dove arrivavano giornalisti, fotografi, scrittori.
Tornerà a Capri per l'ultima volta nel 2014 quando, in occasione di Anacapri Incontra l'arte, festival popolare delle arti, fu organizzata la sua mostra Polvere di stelle a Villa San Michele, che fu del medico svedese Axel Munthe, nella quale verranno di nuovo esposti i suoi celebri scatti sull'isola . In questa occasione, in una conversazione con Davide Esposito riassumerà la sua poetica: “Il collante tra tutti gli scatti è l'umanità che popola Capri, era quello che volevo. Non volevo il paesaggio, non me ne importava. Nelle foto, alla fine, c'è solo l'elemento umano. Spesso il contesto non lo si legge chiaramente dalla fotografia, ma lo si sente dall'atmosfera”.

Luciano D'Alessandro è stato un fotografo che ‘non si ferma mai', come ebbe a dire lui stesso: “No, perché non mi si ferma mai la testa”. Non c'è un criterio preciso sul perché sceglie determinate situazioni o soggetti; la scintilla che porta a voler congelare una visione nasce da altro. “Sono le caratteristiche del soggetto e del momento, probabilmente. Anche se non è così chiaro, c'è molta intuizione nel mio lavoro, c'è logica ma è piuttosto invisibile. È più intuizione che altro. A volte cerco di interagire col soggetto ed esserne complice, altre volte preferisco essere trasparente”.
Le sue fotografie sono presenti nelle collezioni di fondazioni, istituzioni e musei italiani e stranieri, tra cui il Museo d'Arte Moderna di New York, la Biblioteca Nazionale di Parigi, la Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Repubblica Popolare Cinese a Pechino, la Biblioteca Nazionale di Napoli, l'Archivio della Comunicazione Visiva dell'Università di Parma, il Dipartimento di Documentazione della Cultura Audiovisiva dell'Università di Puebla in Messico, la Maison Européennes de la Photographie di Parigi, la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano).