LUCIANO D’ALESSANDRO: IL PELLEGRINO DEL SOLE

 

Antonello Tolve - 24 Maggio 2021

L'Italia che ci mostra Luciano D'Alessandro nella brillante retrospettiva curata da Roberto Lacarbonara al secondo piano del Museo di Roma in Trastevere è quella degli ultimi e degli emarginati, dei figli randagi della società, dei maltrattati e dei rinchiusi, del duro e crudo lavoro, del lutto e della tragedia da denunciare con il desiderio, si percepisce tutto questo desiderio, di un risveglio civile: e forse anche, in primis, con la volontà di utilizzare la fotografia come uno strumento per cambiare il mondo,  come terreno fertile per vivere la politica da una angolazione centrale e non periferica.

Se al piano terra del Museo lo spettatore può ricordare nelle foto di Sandro Becchetti (in una teca è esposta anche la sua splendida Leica IIIc n. 511620 e alcuni pregiati lavori di falegnameria realizzati dal fotografo con una sorprendente manualità) il sogno felice di ricostruire un paese,  maltrattato dalle ferite della guerra, sollecitato dalle screpolature delle ideologie e dagli interessi per la communitas, per la contestazione e per la manifestazione, per il dialogo e per il dibattito (nelle due salette laterali ci sono tra l'altro un'ampia sfilata di ritratti che «costituiscono il nucleo di una mia ideale galleria» e un intimo focus su Pier Paolo Pasolini), al primo piano, con Luciano D'Alessandro, lo scenario, pur mantenendo un potente ancoraggio antropologico, si fa atto di pubblica denuncia, tessuto visivo mediante il quale raccontare la solitudine di esseri la cui vita è stata spezzata, interrotta, demolita in molti casi dal perbenismo della società borghese o da quella natura matrigna che, a detta di Leopardi, non ha al seme dell'uom più stima o cura che alla formica.

 

A catturarci, in questo percorso allestito appunto al primo piano del Museo, è subito quel grande progetto che ha posto Luciano D'Alessandro sotto i riflettori culturali del proprio tempo: Gli esclusi. Fotoreportage da un'istituzione totale presentato per la prima volta alla galleria Il Diaframma di Milano nel 1969, dopo un lungo e paziente lavoro di scavo organizzato tra il 1965 e il 1968 all'Ospedale Psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore grazie all'allora direttore Sergio Piro (suo amico), è infatti non solo una pionieristica e attenta analisi sui meccanismi dell'esclusione e della violenzapostulati da Erving Goffman nel suo Asylums (un discorso che corre anche lungo le riflessioni di Michel Foucault e di Franco Basaglia) del 1961, ma anche un reportage fulminante che ci lascia l'amaro in bocca e ci trasporta nel dolore degli altri (ci fa sentire il sudore della paura), nella periferia di anime affrante, di sé negati e mortificati. Una saletta solitaria, in questo primo percorso, presenta un video straziante (la regia è di Michele Gandin, la fotografia di D'Alessandro, il commento di Sergio Piro, le musiche di Egisto Macchi, la voce narrante di Riccardo Cucciolla) che ricorda molto i Matti da slegare di Silvano Agosti e Marco Bellocchio: «non vogliamo parlare perché non abbiamo niente da dire, perché abbiamo ormai finito di lottare contro di voi, contro il vostro mondo. E se qualcuno ancora parla, parla solo con se stesso».

Fotografie da: Luciano D'Alessandro, Gli Esclusi, 1969 (courtesy Studio Bibliografico Marini,  Archivio Luciano D'Alessandro)