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NAITO, Katsu (Tokyo, 1964)Once in Harlem

Oakland,  TBW Books,  2017 - Prima ed. di 1000 es. (I edition of 1000 copies)

Un testo e 55 fotografie a in bianco nero, a piena pagina, di Katsu Naito

Tavola in bianco e nero applicata al piatto anteriore

4to (cm 29,5x23,5),  pp. 100 Ottimo (Fine)

Nel 1983, a soli 18 anni, Katsu Naito è arrivato a New York dal Giappone, suo paese natale, per lavorare come cuoco a contratto. Nel 1988 si stabiliì nel quartiere di Harlem a Manhattan, una zona che si era appena ripresa dalla brutale devastazione economica degli anni Settanta, all'inizio dello spostamento coatto che a partire dagli anni Novanta allontanò i residenti di questa comunità storicamente nera. Naito ha percorso le strade del suo quartiere a piedi, con la macchina fotografica in mano, per due anni prima di scattare la sua prima fotografia. Lentamente, Naito ha familiarizzato con le persone e la comunità in cui viveva, e loro con lui. Gradualmente, si è costruito la fiducia necessaria per registrare, con quieta tenerezza, un tempo e un luogo alle soglie di una brusca trasformazione. Riunendo la fotografia di paesaggio, i ritratti ambientali e i ritratti in studio e all'aperto (che ricordano la più elaborata messa in scena all'aperto di Richard Avedon) carichi dell'empatia e del calore di uno spirito solidale con la gente ritratta, Once in Harlem è tanto una continuazione della tradizione fotografica americana di artisti nati all'estero che raccontano i popoli e i costumi americani, quanto un documento storico vitale. Seconda monografia di Naito, è impregnata della sensibilità di Naito di impegnarsi intimamente con i suoi soggetti per creare dialoghi emotivi che trascendono i limiti dell'etnia, del genere e delle diversità socio-economiche, per "guardarsi nell'anima a vicenda e costruire un'altra dimensione di relazione".

In 1983, at only 18 years of age, Katsu Naito arrived in New York from his native Japan to work as a contracted kitchen chef. By 1988 he had settled in Manhattan's Harlem neighborhood, an area only just recovering from the brutal economic devastation of the 1970s, and on the cusp of the drastic dislocation brought upon longtime residents of this historically black community in the 1990s. An outsider in all but residence, Naito traced the streets of his neighborhood on foot, camera in hand, for two years before shooting his first frame. Slowly, Naito became familiar with the people and community he was living amongst, and they with him. Gradually, the necessary trust was built to record, with quiet tenderness, a time and place that would soon undergo an abrupt transformation. Organically, Naito was welcomed in as a member of his Harlem neighborhood. Bringing together landscape photography, environmental portraits, and makeshift plein air studio portraits (reminiscent of Richard Avedon's more elaborate outdoor staging) charged with the empathy and warmth of a kindred spirit, Once in Harlem is as much a continuation of the American photographic tradition of foreign-born artists chronicling American peoples and customs as it is vital historical document. Once in Harlem, Naito's second monograph, builds on his remarkable ability to intimately engage with his subjects to create emotional dialogues that can transcend bounds of ethnicity, gender, and socio-economic strata, to, as he puts it, "look into each other's soul to build another dimension of a relationship."

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