Intervista a Lamberto Pignotti

A cura di Adele Marini

AM - Nel 1963 avevi 37 anni ed alle spalle una serie di libri di poesia, da “Odissea” del 1954, fino a “Nozione di uomo”, passando per “Significare” del 1957, “Elegia” del 1958 e “Come stanno le cose” del 1959. Non sembra ci fossero tracce fino a quel momento di quella che poi sarebbe diventata la Poesia visiva.

LP - Di poesia visiva si cominciava a parlare all'inizio degli anni '60 ed io non avevo fatto ovviamente fino allora poesie visive. Però un testo ciclostilato come Odissea nel '54 prospettava parole e frasi spaziate sul bianco, inteso più come superficie che come pagina. Ho sempre teso a vedere la scrittura, a guardare la parola come un'immagine.
Spesso le mie poesie lineari nascono dal collage di linguaggi di varia provenienza. Anche i miei testi nati fra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50 – pre-tecnologici – usano una tale tecnica, il collage appunto, che è assimilabile al montaggio, il linguaggio visivo cinematografico per eccellenza. Collage e montaggio producono una sorta di sintassi che non è solo successione temporale, ma anche ordinamento spaziale.
Specificamente arrivando agli anni '60, in Nozione di uomo, che è del '61, la serie di poesie che ha per titolo Riduzioni è concepita epigraficamente con una sorta di versi di scrittura capitale, versi ricalcati sul modello dello slogan che è, sì un'espressione verbale, ma agevolmente afferrabile dall'occhio.
Non è proprio un caso poi che un paio di queste poesie siano state esibite in Tecnologica alla galleria Quadrante nel '63, ingrandite su cartone o telaio con balla da spedizionieri.
Sempre nel '63 la mostra Area letteraria nella figurazione, alla galleria Il Fiore di Firenze recava qualche mio disegno “d'annata” con tracce verbali e visive in cui mi avventuravo fin dalle mie frequentazioni delle biblioteche Nazionale e Marucelliana.

 AM - Quali erano stati fino a quel momento i caratteri distintivi della tua poetica, i riferimenti principali, i compagni di strada ?

LP – La mia poetica prende avvio dai libri delle biblioteche fiorentine ora ricordate che frequentavo fra un allarme ed un bombardamento aereo. Compagni di strada futuristi, dadaisti, surrealisti …… Non c'erano i frequentatori di oggi, anzi. Studenti pochi: io mi ero fatto fare un permesso da un mio professore per entrare un anno prima del previsto: a 17 anni, era il 1943.
Oltre alla letteratura e all'arte di avanguardia mi interessavano la psicanalisi, l'antropologia, lo strutturalismo, il neopositivismo … Cose talora intese come mordi e fuggi. C'era sempre qualcosa da scoprire allora, ben oltre il confine di Chiasso e del famoso e omesso salto in proposito rimproverato da Arbasino agli intellettuali italiani.

 AM – Nel campo della poesia i primi segnali innovativi si manifestano nei primi anni Cinquanta con la nascita della “Poesia concreta”, i cui riferimenti fondamentali sono in Sudamerica il gruppo Noigandres di Antonio e Haroldo de Campos e Decio Pignatari,  attivi dal 1952, ed in Europa le ricerche di Eugen Gomringer che nel 1953 dà alle stampe il suo libro “Konstellationen”, la prima raccolta di poesia concreta  in lingua tedesca. In Italia la poesia concreta è rappresentata in quegli anni soprattutto da Carlo Belloli, Arrigo Lora-Totino, Maurizio Nannucci,  Adriano Spatola, Franco Verdi.
Un'altra esperienza di quegli anni viene da Luigi Tola fondatore ed animatore del  circolo culturale “Il Portico” le cui poesie murali, affisse sui muri delle fabbriche e delle scuole, possono essere considerate in certa misura anticipatrici della “Poesia visiva”, esperienza che Tola svilupperà nel 1958 con la nascita del  "Gruppo Studio".
Quali sono stati i tuoi rapporti con queste nuove realtà?

LP – Rapporti epistolari e documenti ne ho avuti assai presto con poeti concreti brasiliani, tedeschi, inglesi, francesi …più tardi con gli italiani, che ritenevo  tributari degli stranieri. La Poesia concreta comunque non mi ha mai interessato e anzi l'ho esclusa di proposito  quando ho dato vita nel '65 alla prima antologia di Poesia visiva con Sampietro.
Rapporti reciproci di stima e amicizia ho avuto invece con Tola e il Gruppo Studio di Genova e con Stelio  Maria Martini e il gruppo di Linea Sud di Napoli. Ma siamo alla Poesia visiva e al Gruppo 70.

AM – La Poesia concreta si propone di investigare la struttura delle lettere e delle loro possibili interazioni, concentrando tutta l'attenzione alle parole ed alla loro disposizione e relazioni spaziali; sul foglio viene a crearsi così un'opera che contiene in se tutto lo scopo ed il significato, che si identificano ed esauriscono con la realizzazione concreta dell'opera poetica stessa. Escludendo qualsiasi riferimento simbolico o interpretativo l'opera poetica diventa immagine e si rende così immediatamente fruibile. Il processo resta tutto interno alle parole escludendo qualsiasi inserimento di immagini, segni,  interventi artistici esterni di qualsiasi altro genere.
Forse sta in questo rifiuto il punto distintivo della poesia tecnologica prima e della poesia visiva dopo?

 LP - Per rispondere in modo non elusivo a questa tua domanda dovrei citare parecchie pagine delle mie Istruzioni per l'uso degli ultimi modelli di poesia – Lerici, 1968 – e in particolare i saggi La poesia visiva, apparso prima in Civiltà delle macchine – 1965 – e Formazione del messaggio e lettura della poesia visiva, già pubblicato dalla rivista Lineastruttura – 1967. Dovrei anche riprendere  da Figure- scritture – Campanotto, 1987 – il saggio Generi e figure della scrittura verbo visiva, pubblicato nel 1981 sulla rivista jugoslava La Battana. Poi tre miei libri: Sine aesthetica, sinestetica – Poesia visiva e arte plurisensoriale (Empiria, Roma, 1990); I sensi delle arti – Sinestesie e interazioni estetiche (Dedalo, Bari 1993), e Identikit di un'idea – Dalla poesia tecnologica e visiva all'arte multimediale e sinestetica 1962-2002, (Campanotto, Udine, 2003).

 AM - Firenze nel 1963 il Convegno internazionale “Arte e Comunicazione”, la mostra alla Galleria Quadrante e poi il secondo convegno del 1964 “Arte e Tecnologia” sembrano essere i passaggi fondamentali che segnano la nascita della poesia visiva. Come fu preparato il Convegno, chi ne aveva discusso oltre te e Miccini, quali erano le linee guida del Convegno ?

LP – I passaggi che tu ricordi sono fondamentali anche per ciò che segna l'inizio della Poesia visiva e del Gruppo 70 che nascono attorno ai tavoli del bar di Piazza San Marco, dove ha sede il rettorato dell'Università di Firenze, con animate discussioni fra poeti e artisti interessati a uscire dall'estremismo, dal neorealismo, dall'informale ….
Da principio il numero fu abbastanza alto, ma poi i partecipanti a queste discussioni si restrinsero concretamente a Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari, Antonio Bueno, Sylvano Bussotti, Moretti, Loffredo e il sottoscritto, nomi che si ritrovano poi in Tecnologica. Per la realizzazione pratica dei due convegni da te richiamati – sede di Forte Belvedere, inviti, comunicati, ospitalità in albergo e vitto per gli invitati – avevamo il supporto del Comune di Firenze che, seppur modesto, risultò decisivo. Con i tempi che corrono oggi, manifestazioni del genere non avrebbero potuto avere luogo.

 AM - Fosti tu a coniare il termine “Poesia tecnologica” apparso per la prima volta in un tuo articolo sulla rivista “Questo e altro” del 1962. Perchè “Poesia tecnologica” e come arrivaste dopo pochi mesi tu e Miccini a coniare il termine “Poesia visiva”?

LP - Tale espressione era quella che qualche anno prima avevo coniato sulla rivista “Questo e altro”, proponendo una poesia variamente attenta ai linguaggi tecnologici di massa. Fra i tavoli di piazza San Marco è stato varato sia il nome – proiettato ad un futuro ormai prossimo – di Gruppo 70 (che io scongiurai di non chiamare Gruppo 63: si era all'inizio di quell'anno) sia il nome di Poesia visiva, circolato liberamente allo stato brado, a livello orale (non ricordo quando ne apparve ufficialmente la versione a stampa).

 AM - Tecnologia, interdisciplinarità e comunicazioni sembrano essere le coordinate del nuovo movimento. Il gruppo fondante: Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, primo nucleo cui si uniranno subito dopo Antonio Bueno, Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Luciano Ori. Chi altri a buon diritto potresti citare? Si uniscono critici, artisti, musicisti quali Gillo Dorfles, Eugenio Battisti, Umberto Eco, Giuseppe Chiari, Sylvano Bussotti. Che tipo di contributo hanno dato?

LP - Oltre al ristretto versante creativo formatosi intorno al nome del Gruppo 70, va considerato – e proprio per le sue implicazioni e aperture interdisciplinari e multimediali – il versante critico più ampio e articolato rappresentato da Dorfles, Eco, Luciano Anceschi, Eugenio Battisti, Aldo Rossi Barilli, Cesare Viviani, Gianni Scalia, da musicologi come Roman Vlad, da architetti come Leonardo Ricci, da psichiatri come Agostino Pirella … E' interessante rilevare come parecchi nomi di critici e artisti presenti prima al convegno fiorentino di primavera, figurino poi al convegno palermitano del Gruppo 63.

 AM - Rapporti con il “Gruppo 63”, riunitosi a Palermo nell'ottobre di quell'anno? Tu fosti a Palermo, eri l'unico del Gruppo 70?

LP - Nel convegno palermitano che inaugura il Gruppo 63, in effetti fui l'unico invitato dello zoccolo duro del Gruppo 70, e per la verità ero all'oscuro di finalità e strategie. Mi sono limitato a partecipare leggendo i miei inediti e intervenendo in modo defilato a discussioni per me poco appetibili in quanto prevalentemente ristrette alla letteratura.

AM - Quali i rapporti con “I Novissimi” di Giuliani?

LP - Ho sempre detto, e ne avevo già scritto, a proposito dei Nuovissimi, che il limite era la loro endoletterarietà. A me e al Gruppo 70 interessava proprio di evadere da quel confine.

 AM - Oggi la poesia visiva è morta?

LP - No, non è morta, ma talora lascia lacrimosamente credere di essere morta …Una risposta in tal senso la si può allegoricamente dare ricalcando i referti del Corvo e della Civetta a proposito della malattia di Pinocchio: “Quando il morto piange è segno che è in via di guarigione: sentenzia il primo”. Gli ribatte la seconda: “Per me quando il morto piange è segno che gli dispiace di morire“.
Ciò detto va specificato cosa si intende per Poesia visiva. Per esempio quel genere che si riferisce al collage verbovisivo degli anni 60-70, ormai classicizzato, indica una corrente di sperimentazione conclusa, sostanzialmente.
Nei decenni successivi e fino ai nostri giorni l'area della Poesia visiva si è estesa e articolata (con autori che via via ho avuto anche modo di indicare e documentare in antologie e mostre) supportata anche dall'avvento e alla diffusione dei nuovi media, indicando valenze aperte – libri oggetto e oggetti di poesia, spettacoli di poesia e no, installazioni, performances audiovisive … - che evitano di cadere nelle fosse dei cimiteri della “morte dell'arte” e stanno variamente proponendo modalità verbovisive spostate in direzione intermediale e plurisensoriale: dalla Poesia Tecnologica e visiva, all'arte multimediale e sinestetica, e così via …

 AM – Il mio Studio bibliografico si occupa di documenti (libri, manifesti, cataloghi, fotografie); è interessato ai protagonisti dei vari movimenti artistici ed alle loro opere. Quali sono secondo te i documenti principali per ricostruire la storia del Gruppo 70 e della Poesia Visiva?

LP – A costo di calarmi nel ruolo dell'oste che loda, a torto o a ragione, il proprio vino, documenti in proposito sono le già citate Istruzioni che riportano antologicamente svariati miei scritti a partire dalla fine degli anni Cinquanta, poi La scrittura verbo-visiva nelle due edizioni del 1980 e del 2011. Ci sono pubblicazioni specificamente indicative a cominciare da Tecnologica, catalogo della omonima mostra alla galleria Quadrante di Firenze del 1963; e Arte e tecnologia, interventi al convegno fiorentino del 1964 pubblicati in Marcatré, n.11-13. 
Dovrei razzolare almeno fra le bibliografie contenute nella monografia Pignotti (Parise, Verona, 1996), pagg. 278 e 279; e Pignotti – Poesia visiva tra figura e scrittura (CSAC, Università di Parma, 2012), pagg. 86-87.  
Nel 2013 sulla rivista Avanguardia, n.54, a cura di Aldo Mastropasqua è uscito un Dossier Gruppo 70, in occasione del cinquantenario del Gruppo, con svariati complementari interventi critici. Nel 2014, presso Campanotto  è uscito un ponderoso volume dal titolo La poesia in immagine – L'immagine in poesia – Gruppo 70 , Firenze 1963-2013, a cura di Teresa Spignoli, Mario Corsi, Federico Fastelli e Maria Carla Papini, con saggi di vari autori, testimonianze, testi e repertori attinti ad archivi, fondazioni, musei e biblioteche.
A un bibliografo e ricercatore particolarmente interessato consiglierei di sfogliare la rivista Zeta di Campanotto che dagli inizi degli anni Settanta e fino ad oggi si è particolarmente interessata, anche con numeri monografici, allo studio e alla diffusione della poesia visiva.

 AM - Puoi farci dei nomi di movimenti e  singoli artisti che tentano oggi di innovare la poesia visiva, dei quali è importante seguire le tracce ?

LP – Di nomi e indicazioni in tal senso sono assai dense le mie antologie, le mostre da me curate  e i miei scritti teorico-critici. Pur non essendo ecumenico, ma semmai tendenzialmente fazioso, qualcuno mi ha anche accusato di essere di manica larga.

In conclusione si può affermare che non solo la poesia visiva non è morta ma che, avendo preso atto che la presunta morte dell'arte rappresenta in realtà l'attestato di una sua mutazione genetica in corso, si è data consapevolmente a praticare, nel più vasto senso dell'agonismo culturale, il pentathlon e il decatlon. 
In questo movimentato quadro si evidenzia per altro l'aspetto dell'identità italiana della poesia visiva che, allacciandosi al paroliberismo e all'arte polimaterica, prosegue autonomamente la sua avventura per terre incognite...

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