Lionello Venturi: l’amico più caro

“Conobbi Lionello Venturi nel 1918. All'inizio le nostre relazioni furono contrassegnate da reciproche diffidenze, non poche né piccole. Un mondo divideva il nostro modo di pensare e di sentire. Al mio ottimismo entusiastico corrispondeva un suo pessimismo prudente; al mio slancio, la sua ritrosia; al mio anelito verso una esistenza ardente e coraggiosa, le sue preferenze per una vita di riflessione. D'altro canto, la vasta solida profonda sua cultura intimidiva il poco che io sapevo; il suo gusto raffinato, nel quale già balenavano sprazzi di modernismo, squassava e demoliva il mio gusto vecchiotto.
Questi contrasti di tendenze e d'idee ci portarono a interminabili discussioni e a una conoscenza più approfondita delle nostre reciproche individualità. Lentamente, a grado a grado, le relazioni superficiali si trasformarono in diverso sentimento, e oggi lo considero come l'amico più caro.
Lionello Venturi asserisce che io gli ho mutato la vita, che da me imparò ad avere fede, coraggio e slancio, che gl'insegnai a mettere da parte certe suscettibilità ombrose che prima lo ferivano, che gli feci aprire gli occhi sul vasto mondo, togliendoli dai libri sui quali prima li aveva tenuti troppo fissi.
Può darsi che così sia, e ne sono lieto. Egli, dal canto suo, mutò insensibilmente la mia visuale artistica, e la fuse colla mia vita. Mi fece capire, senza dirmelo mai, la illogicità di un uomo che ha una vita dinamica fervente irrequieta continuamente tesa verso il nuovo e l'audace, e che si addormenta fra decorazioni antiche e ricostruzioni del passato. M'insegnò ad amare l'arte per l'arte, la bellezza per la bellezza.
Sarebbe pertanto difficile dire quale dei due abbia avuto più vantaggio da questo scambio d'idee; comunque ciò sia, la nostra collaborazione mi apparve notevole, perché vi si fusero, come in un comune crogiuolo, cultura e ardimento. Ne ricavammo una lega che, vivificata dal gusto continuamente aggiornato, fu usata a scopi culturali.
I risultati apparvero nella collezione Gualino, nelle idee di avanguardia che informarono l'attività del Teatro di Torino e del teatrino di via Galliari, nelle imponenti costruzioni di Sestri Levante e di Torino, e in tutta un'attività, quasi totalmente sconosciuta agli estranei, la quale ebbe di mira l'aiuto ad artisti presunti di valore e il contributo finanziario o morale a varie iniziative di rinnovamento culturale.
Più vasti erano i nostri progetti. Volevamo facilitare quei giovani artisti italiani che anelavano ad uscire dal campo chiuso provinciale per rendersi padroni del gusto odierno e poi ritornare in patria rinvigoriti e più forti. Per superare i competitori giova conoscerli e non ignorarli o disprezzarli. Il progetto, a lungo dibattuto e accarezzato, per la creazione di un grande istituto a Parigi, destinato ad artisti italiani, dorme negli archivi del pensiero, sepolto dai recenti avvenimenti, ma esso formava uno dei nostri precipui scopi, che io contavo fermamente di assolvere.
La collezione degli oggetti d'arte, in parte pubblicati, formata sotto la guida del Venturi, che fu tuttavia rispettoso delle mie preferenze personali, subì l'influsso della nostra decisa tendenza verso l'universalità del gusto. Accesero indifferentemente l'animo nostro i colori di Cimabue o del Modigliani, le sintetiche figure egiziane, le stele cinesi dal sorriso enigmatico, i cassoni cinquecenteschi gloriosi di fasto veneziano, le nude sculture romaniche. Ogni forma d'arte, ogni stile, ogni epoca ci rapì nella contemplazione. La collezione ebbe il suo tono, la sua personalità, nella subordinazione di ogni motivo al desiderio dell'arte.
A casa, la sera, ovvero nei viaggi effettuati col Venturi un po' dappertutto, in Europa, lungo il Nilo, in America, alla ricerca di qualche oggetto, per una mostra, o per la contemplazione dei monumenti eterni, lunghissime discussioni si accendevano fra noi sull'avvenire dell'arte, sull'intenso e complesso movimento culturale che agita dopo la guerra letterati e artisti. Si considerava quant'è difficile e aspro il compito del critico, perennemente in battaglia con sé e con gli altri […]
Col Venturi e con pochi ospiti, l'inverno davanti a un caminetto dalle fiamme danzanti, l'estate in faccia al mare o a una larga distesa di colli, davamo di piglio a una di quelle conversazioni che squassavano il mondo. Non c'era problema che non venisse accolto, teoria che non fosse discussa. Nell'intendimento di portare ogni cosa alle estreme conseguenze, le idee di avanguardia, che adoravamo, non ci parevano mai abbastanza progredite.”
(da Frammenti di vita di Riccardo Gualino. Mondadori, Milano 1931)

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