Un estratto dal libro

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"I Gualino, nel piccolissimo foyer, potevano finalmente accogliere i primi invitati all'inaugurazione del loro Teatrino di via Galliari.
Cesarina era raggiante in un audace abito post-futurista che si era fatta fare da Elsa Schiaparelli a Parigi. Si dice che una donna non è mai bella come a trentacinque anni, e lei stava per compierli. Proprio bella non era, con quel naso, ma il viso si era un po' ammorbidito e il corpo, costruito dalla danza e dalla ginnastica, era asciutto e armonioso.
Gualino, nella sua grisaglia, aveva un'espressione da gatto mammone: a quarantasei anni era appena stato incluso fra i cinque uomini più ricchi d'Italia.

«Ben arrivato! Che piacere vederla! Prego, accomodatevi!»

Ecco Cesare Albertini, Edoardo Agnelli con Virginia, la scandalosa Sibilla Aleramo, Franco Alfano che proprio in quel periodo stava lavorando al finale di Turandot, rimasta incompiuta alla morte di Puccini, il direttore d'orchestra Vittorio Gui, tutto il gruppo di Casorati, Gigi Chessa con moglie, Enrico Craveri, Andrea Della Corte, critico musicale de "La Stampa", Vittorio Valletta e molti altri.

A proposito di Casorati: da Londra era arrivata anche Daphne Maugham, la sorella di Cynthia. Ovviamente, i Gualino l'avevano ospitata lì in via Galliari. Lei e Casorati avevano incominciato a stare sempre insieme, lei a guardarlo dipingere, lui a darle lezione. Sarebbero andati avanti così tutta la vita.
Pur non invitata, era arrivata anche Margherita Sarfatti.
«Fa atensiùn cun chila lì» aveva sussurrato Gualino a Cesarina: la Sarfatti era da prendere con le molle.
Non era solo fascista: era fascistissima. Una vera invasata. Una fanatica. Era, notoriamente, l'amante di Mussolini. Non l'unica, ma forse la prima fra le tante. Si diceva che fosse la ninfa Egeria del duce per quanto riguardava le arti e l'estetica fascista.

[…] Ad ogni invitato i Gualino consegnavano un piccolo opuscolo, un semplice quartino di cartoncino bristol impaginato e decorato da Gigi Chessa. Lo facevano con un sorriso un po' complice, per prepararli a quello che avrebbero letto dopo essersi seduti.
Per chi arrivava, il Teatrino era tutta una sorpresa. Si scendeva qualche gradino per ritrovarsi in un ambiente quasi asettico, grigio e nero, sotto a uno straordinario soffitto bianco a semicupola sostenuta da mensole gradonate e decorato a riquadri. Sarebbe stata definita post-decò oppure pre-razionalista: una bellissima prova del giovane architetto Sartoris.

Il sipario era in panno grigio filettato di rosso ed era delimitato da due statue di Casorati: un chitarrista e un fisarmonicista a grandezza naturale, un po' caricaturali. In gesso bianco, materiale che Casorati amava, per staccarsi dal grigio e dal nero del contesto. Erano poggiate su piedistalli scarlatti.
Cento poltroncine, essenziali ma comode, nella cavea inclinata in modo che tutti gli spettatori potessero vedere bene. Un capolavoro di essenzialità e sobrietà.
Il pubblico prendeva posto, si guardava intorno e leggeva l'opuscolo, qualcuno ridacchiando, qualcun altro alzando le sopracciglia.

DECALOGO DEL PERFETTO INVITATO

1) Sei dispensato dall'obbligo di ringraziare verbalmente, con lettere o mediante visite.

2) Puoi intervenire con l'abito che meglio ti comodi, considerato che ‘l'abito non fa il monaco'.

3) Sei pregato (maschio o femmina) di stare in silenzio, a sipario alzato.

4) Puoi esprimere liberamente il tuo giudizio sullo spettacolo: puoi, con perfetta serenità di coscienza, applaudire, tacere, scuotere il capo, protestare, fischiare. Sarà considerato eccessivo il lancio di vegetali.

5) Sei pregato di usare tolleranza verso gli artisti e le opere di tendenza passatista.

6) Sei pregato di usare tolleranza verso gli artisti e le opere di tendenza avanguardista.

7) Sei pregato di non accapigliarti con gli avversari politici, durante gli intervalli.

8) Finito lo spettacolo, puoi accedere alle sale della Casa e ristorarti.

9) Puoi «filare all'inglese»» ove meglio ti garbi.

10) Alle ore 24, 15 si spegneranno le luci.

Il programma di quella serata comprendeva musiche del primo Settecento: Campra, Martini, Scarlatti, Durante, Rameau, Couperin, Daquin, Dandrieu, Bach.
Una scelta molto ma molto raffinata, che Guido Emme Gatti aveva fatto insieme al maestro Luigi Perrachio, che era ormai un'autorità come pianista, come compositore e come insegnante.
Alla fine gli applausi furono, se non entusiastici, almeno calorosi: era il minimo che gli invitati potessero fare. Poi tutti si erano spostati, qualcuno tirando un sommesso sospiro di sollievo, nelle sale di soggiorno e di esposizione in cui le uniche luci provenivano dai capolavori illuminati: Antonello da Messina, Tiziano, Cimabue, la Venere del Botticelli, smalti e ceramiche, statue cinesi e sculture romaniche. Erano esposti anche gli ultimi pezzi acquistati in Egitto: i Gualino erano tornati con sette grandi case di legno al seguito.
Gli ospiti spalancavano gli occhi davanti al gruppo scultoreo della IV dinastia, alle antiche stoffe copte, ai codici persiani, ai piatti e ai vasi preziosamente decorati.
Cesarina li accompagnava.
«Questo lo abbiamo trovato da…quest'altro, da quel mercante…questo…»
Venturi con la sua affascinante dialettica da grande critico d'arte spiegava i dettagli dei capolavori presenti.
Gualino parlava poco, pochissimo. Rigorosamente mai di affari. La casa era un tempio che non poteva essere profanato con discorsi volgari. Ma era molto soddisfatto, lo si vedeva. D'altra parte, i suoi affari non erano andati mai così bene."
(pp. 171-174)

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