The Killing Fields - fotografia e violenza politica

 

 

Tra il 1975 e il 1978, i Khmer rossi eseguirono brutalmente duecentomila esecuzioni di cambogiani sospettati di crimini contro il regime di Pol Pot. The Killing Fields (Twin Palms Publishers, 1996) è una raccolta di fotografie di prigionieri mentre venivano registrati nel campo di sterminio dell'S-21. Straziati dagli interrogatori e spesso dalle torture, questi volti tradiscono il loro destino, costringendo lo spettatore a fare i conti con le circostanze che hanno permesso che si verificassero queste atrocità.
Un libro potente e importante. 

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Una proposta di approfondimento attraverso un testo di Susie Linfield, estratto da La Luce Crudele (Contrasto, 2013):

 

Esiste un genere fotografico che i primi, ottimisti praticanti del fotogiornalismo non avrebbero potuto immaginare, le immagini che, anziché condannare la crudeltà, la celebrano.

Questo tipo di immagini purtroppo ha una lunga storia. Negli Stati Uniti furono scattate migliaia di foto di linciaggi soprattutto, ma non solo, nel periodo 1870-1940. Mostrano uomini neri - bastonati tumefatti ustionati castrati - che penzolano con il collo rotto impiccati agli alberi con corde grossolane. Quelle foto mostrano spesso folle di bianchi - gente comune, con i bambini, a volte con il vestito della festa -  che sorridono, ridono ed esultano davanti ai cadaveri straziati.

Le foto dei linciaggi appartengono a un vasto e ignobile genere iconografico, le immagini scattate dei criminali di tutto il mondo per documentare il loro potere e gloriarsene.

Tutte queste immagini mettono in crisi il dogma fondamentale del fotogiornalismo: la convinzione che i colpevoli cerchino di nascondere i loro crimini, e che mostrarli porti a un miglioramento della situazione o a fare giustizia.


Nelle carceri di Stalin come in quelle di Pol Pot, I secondini fotografarono alcuni prigionieri poco prima dell'esecuzione capitale; in entrambi i casi, la documentazione veniva custodita meticolosamente. Queste foto sono tra i documenti più importanti, e peggiori, del 20º secolo. E se questi ritratti carcerari non si possono, ovviamente, considerare tipici esempi di fotogiornalismo, tuttavia rivelano insieme i punti di forza e di debolezza della fotografia del dolore.

Sono stati scattati dai perpetratori, ma parlano per le vittime e sono dalla parte delle vittime. Costituiscono un sabotaggio degli intenti con cui furono scattate, sono atti roventi di auto-accusa, si ritorcono contro i loro autori. Ma allo stesso tempo sono l'esempio, particolarmente crudele, dell'incapacità delle fotografie di salvare le persone ritratte.


Una serie particolarmente devastante di queste immagini si può trovare in un libro del 2003 di David King, intitolato Ordinary citizens: una raccolta ti ritratti di prigionieri politici, fatti dalla polizia segreta di Stalin. L'ambiente è il carcere moscovita della Lubianka; quasi tutte le foto, sgranate e con una stretta cornice risalgono agli anni 30. Ciascuna foto è accompagnata da un breve testo con i dati personali: luogo e data di nascita, indirizzo, occupazione, affiliazione politica, data dell'arresto, del processo e della morte.

Tutti i prigionieri erano stati condannati nel corso di processi-farsa; tutti sarebbero stati fucilati, spesso il giorno stesso del processo e a volte in gruppo. Tra i loro crimini: sabotaggio, spionaggio, terrorismo, tradimento della madrepatria, legami con la Gestapo o con il comitato ebraico antifascista, banditismo politico, esaltazione del fascismo e naturalmente devianze trotzkiste. Ogni detenuto è costretto a comporre e firmare una confessione approvando in tal modo con un'ultima ammissione di sconfitta, la propria esecuzione. Le foto insieme ai verbali ordinate accuratamente dattiloscritti degli interrogatori e delle confessioni rimasero nascoste finché la glasnost di Gorbaciov non le riportò alla luce.

Nessuno dei prigionieri indossa l'uniforme; insieme alle biografie troncate prematuramente, gli abiti e gli accessori personali ci fanno scoprire qualcosa del loro ambiente. Per quanto scattati in condizioni orribili e per fini orribili, questi sono veri propri ritratti, non istantanee fatte in fretta e furia. I carcerieri utilizzano macchine fotografiche che richiedevano tempi di esposizione lunghi, si affidavano alla luce naturale anziché al flash. I prigionieri erano probabilmente sconvolti dal loro destino, o dalla via imboccata dalla rivoluzione; dal tradimento dei vicini o dalla paranoia del partito. Sono immagini lente, il contrario delle istantanee. Perciò concedono il tempo necessario a rivelare una quantità di reazioni diverse - a rivelare il carattere delle vittime. Ogni singolo cittadino sovietico affrontava la morte imminente portando con se tutta la sua personalità, tutto il suo vissuto. 


I prigionieri del regime di Pol Pot furono ancora più disgraziati dei loro predecessori. E anche loro furono fotografati nel carcere di Tuol Sleng, prima di essere giustiziati; una piccola selezione delle 5000 foto che ne risultarono fu raccolta in un libro nel 1996 intitolato The Killing Fields.

In questo ex edificio scolastico i presunti nemici dello Stato venivano interrogati, torturati, affamati e uccisi, spesso spaccandogli il cranio. Tra i presunti crimini dei carcerati: essere al servizio della C.I.A., parlare bene del vecchio regime, nascondere il riso, rubare frutta, essere amanti della libertà. Come i loro precursori sovietici, i cambogiani furono costretti a inventare autobiografie che li condannavano e a firmare confessioni messe insieme in qualche modo. Da un certo punto di vista Tuol Sleng conobbe un successo straordinario: dei 14.000 detenuti che si calcola abbia accolto tra il 1975 e il 1979, solo sette risultano sopravvissuti. Quando i vietnamiti presero il carcere nel 1979, trovarono cadaveri incatenati alle brande di ferro, pavimenti sporchi di sangue, manette, catene, cumuli di cadaveri nelle fosse poco profonde, manuali d'istruzioni per le torture.

Le foto di S-21 ci sconvolgono. Anche dopo aver studiato Ordinary Citizens non c'è proprio modo di prepararsi a esse. Molti dei condannati erano appena stati condotti, bendati, in prigione, senza avere la minima idea di dove si trovassero ne del perché. Illuminate dalla luce violenta o dei flash le facce piene di preoccupazione, terrore e sfinimento ci fissano negli occhi. Non sembrano esserci qui molti scienziati o giornalisti, ammesso che ancora ce ne fossero nella Cambogia di Pol Pot; vediamo solo contadini scarni, provati dalle intemperie, vestiti solitamente di nero con magliette e pantaloni larghissimi. Molti sono totalmente inespressivi: probabilmente avevano superato la fase delle emozioni riconoscibili.



Le vittime non erano identificate. Quest'assenza di informazioni rende ancora più brutali le fotografie: il disorientamento dei prigionieri e amplificato dalle lacune che li circondano. Non ci sono nomi, indirizzi, occupazioni, elenchi di reati e nemmeno la data della morte. Non c'è praticamente niente che possa dirci chi erano queste persone. Eppure ciascuno di loro è unico. Il numero 6 è un uomo anziano con una folta chioma grigia, sembra sul punto di piangere, come molti altri. Il numero 573 non ha più l'occhio sinistro. Il numero 17 è un ragazzo a torso nudo; hanno attaccato il numero alla pelle con una spilla da balia. Due giovani, i numeri 399 e 160 fanno un sorriso mellifluo. Una delle foto più sconvolgenti, per me è quella di una ragazza giovanissima (il numero non si vede) con il volto liscio e senza rughe, la pelle chiara, occhi a mandorla, la frangetta corta. Guarda i suoi carcerieri con calma assoluta quasi a sfidarli riconoscere in lei un essere umano.
 

The Killing Fields si apre, dopo parecchie pagine completamente nere, sull'immagine serena di una bambina che dimostra circa sette anni. Indossa una camicetta ordinata e abbottonata fino al colletto, decisamente arrotondato e appena un po' stropicciato. Ha un'aria riservata, dignitosa straordinariamente equilibrata. Ma guardare lei che ci guarda significa sprofondare in un abisso. Come nella parodia grottesca di una parata di ragazzini, è seguita da molti altri. Il numero 1 ha circa sette anni: una catena attorno al collo. Il numero 186 è un ragazzetto ossuto dallo sguardo spiritato, avrà forse nove anni, la faccia reca i segni delle botte e il corpo è distorto dall'adulto a cui è incatenato.

All'indomani della Shoah, Adorno scriveva che “la necessità di dare una voce al dolore è condizione di ogni verità”. Le fotografie della Lubjianka e di Tuol Sleng chiariscono ancora una volta la necessità assoluta e l'assoluta inadeguatezza di quelle voci. E questo vale sia nel caso in cui quelle voci assumano forme verbali o visuali, che parlino spontaneamente, o, come nel caso delle foto sovietiche e cambogiane, che siano costrette con la forza. Descrizione, documentazione, testimonianza: niente può bastare. Guardare queste immagini è necessario, ma l'unica garanzia che offrono è quella del fallimento. Quanto più ci accostiamo ad esse, tanto più si allontana il mondo comprensibile. Tanto più sappiamo, meno possiamo capire. E questo certamente il dolore che non può essere risanato di cui parla Geremia.



Non è anche possibile la semplice identificazione con le vittime. Alla fine del libro lo storico David Chandler scrive: "siamo all'interno di S-21. Sfogliando queste pagine diventiamo gli aguzzini, i prigionieri, i passanti". Io credo che sia vero il contrario. Possiamo piangere le persone della Lubjanka e di S-21, ma questo non va confuso con la prossimità. Noi non siamo all'interno di quelle carceri: loro c'erano. I nostri inferni personali quasi sicuramente non sono i loro. E la differenza tra guardare una fotografia e torturare un bambino non può essere cancellata con tanta disinvoltura (è questo, credo, quello che intendeva Adorno quando metteva in guardia dalla “confortevole atmosfera esistenziale” in cui “si confonde la distinzione tra vittima e carnefice”).

Confondere l'aguzzino con la preda - e soprattutto, credere di essere in qualche modo diventati l'uno sull'altra - non è una manifestazione di solidarietà. È piuttosto il tentativo di evadere da difficoltà immense, insormontabili: l'incapacità di comprendere, l'incapacità di piangere, l'incapacità di agire -  presentata da queste foto. Non possiamo diventare i detenuti di S-21, come non possiamo salvarli. 

Sarebbe il caso di astenersi da un'identificazione troppo facile. Né il senso di umanità né la storia potranno colmare il baratro tra noi spettatori e il numero 438: non possiamo diventare lui, scambiarci di posto, tornare indietro nella storia per proteggerlo. Le “esigenze di giustizia” di cui parla adorno non saranno mai né potranno mai essere soddisfatte, e la sofferenza delle vittime non sarà mai redenta.


I primi fotogiornalisti si aspettavano che le immagini dell'ingiustizia avrebbero spinto gli spettatori all'azione; le fotografie
non erano considerate espressioni dell'alienazione, ma interventi sul mondo. Distogliere lo sguardo dall'immagine per raddrizzare il mondo: questo è l'ideale fotografico ancora vivo oggi. Ma come tanti altri ideali, è stato ridimensionato dall'esperienza. Oggi sappiamo che le immagini di sofferenza possono essere facilmente ignorate - o che, ancora peggio, possono procurare piacere. Oggi sappiamo che le fotografie del dolore possono essere il punto di partenza per un legame tra gli uomini - ma anche il punto di arrivo di fantasie letali di vendetta. Oggi sappiamo come tra vedere, interessarsi, capire, agire, si aprono abissi fatali. Dunque la domanda principale, a proposito di fotografia e diritti umani, non è quante immagini vediamo, o quanto siano brutali, esplicite o “pornografiche”. E non possiamo imputare alla fotografia di non essere riuscita a sconfiggere la violenza; come ha spiegato una volta James Nachtwey, “I più grandi statisti, filosofi, umanitari, non sono riusciti a mettere fine alla guerra. Perché imporre questa pretesa alla fotografia?” Il vero nodo della questione è l'uso che facciamo di queste immagini. I fotogiornalisti sono responsabili dell'etica del mostrare, ma noi siamo responsabili dell'etica del vedere.
 

Può essere difficile per noi capire il nuovo ambiente visivo nel caos che ci circonda, un po' come lo fu per i cittadini di Weimar; siamo in conflitto né più né meno di Benjamin e di Kracauer. Le immagini inondano il nostro mondo dai vecchi canali - carta stampata, cinema, televisione - ma anche attraverso cellulari, iPod, trasmissioni via satellite, social network, internet. Come reagire? L'angoscia si moltiplica, e per validi motivi. Su internet, le foto sono tutte uguali: comprese quelle ritoccate, manipolate o costruite, e quelle private di un contesto significativo o del tutto avulse da un contesto qualsiasi. Perciò Andy Grundberg avverte: “la libertà di un ambiente iconografico non controllato potrebbe rivelarsi non una benedizione, quanto una sottile forma di tirannia; la democrazia della macchina fotografica rischia di trasformarsi in fascismo particolarmente perverso". Quel che è certo, è che le nuove tecnologie visive hanno cambiato il rapporto tra informazione, propaganda e guerra. Persino i talebani, che prima mettevano al bando, perché diabolici, fotografie, film e televisione, adesso dispongono di un'unità di produzione video e postano sul web gli attentati suicidi e le esecuzioni. Ma la fotografia digitale e internet potrebbero anche preannunciare possibilità inaudite di nuove forme, più egualitarie, di partecipazione visuale - come sostengono Giles Peress e altri con lui rappresentare una benedizione per gli attivisti dei diritti umani in tutto il mondo.


Se la fotografia digitale ha reso più scettici gli spettatori riguardo al quoziente di realtà delle foto - proprio come speravano i postmoderni - ha però anche reso incomparabilmente più facile ed economico scattare, trasmettere e guardare le fotografie. Bisogna ammettere che ha aiutato gruppi come i talebani e Al-Qaeda ma ha anche portato alla nascita di organizzazioni transnazionali come PhotoVoice, PixelPress, Demotix. Le immagini esaltanti e a volte cruente della protesta iraniana del 2009 rendono più credibile un'interpretazione ottimistica, filodemocratica, dei nuovi media.

Molte di quelle foto sono state scattate con i cellulari da persone qualsiasi, e sono state rapidamente diffuse in tutto il mondo. Ma l'utopismo tecnologico suggerito da queste immagini mi sembra prematuro se non addirittura esagerato. L'Iran ci insegna, ancora una volta, che le immagini democratiche possono rafforzare la democrazia, ma non la possono creare.



Le frasi in bianco su nero sono estrapolate dalle testimonianze raccolte all'interno del libro The Killing Fields, così come le fotografie che corredano il testo.

 

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