Gilles Peress: Telex Persan

Gilles Peress cominciò a lavorare nel 1970 come freelance fra Parigi e New York, ed era già membro della Magnum da cinque anni, quando nel 1979, si candidò e vinse la sovvenzione di 3000 dollari erogata per il “National Endowment for the Arts”. Frustrato dalla limitata copertura d'informazioni americana sugli iraniani fatti ostaggi durante la crisi, Peress prese i soldi e volò a Theheran senza sapere esattamente cosa fare, e scrisse, solo molto tempo dopo: “Volevo andare lì, per vedere cosa accadeva con i miei occhi, senza nessun tipo di commissione (politica, artistica o concettuale) che potesse influenzarmi”.

Fotografò l'Iran per cinque settimane, fra il dicembre del 1979 e il gennaio del 1980. Quando tornò a New York, pubblicò 74 fotografie dell'Iran in Afterimage, 10 intere pagine, sul New York Times, senza testo, che solo nel 1983 divennero un libro della casa editrice Aperture.

Cornell Capa definì Telex Iran “un libro di brillante nervosismo visuale fra due copertine”, un testo che veramente ha una qualità fisica, come di qualcosa fatto con tutto il corpo e non solamente con gli occhi. Il libro costituì una innovazione nel mondo del design dei fotolibri che Gilles Peress (con Carole Kismaric, sua assistente) ha continuato ad affinare negli anni, in testi come come “Farewell to Bosnia” pubblicato da Scalo (1994), “The Silence” (Rwanda, 1995) e “The Graves: Srebrenica and Vukovar” (1998). In Telex Iran, le fotografie vennero tutte scattate nel periodo in cui ci fu il sequestro dell'ambasciata americana a Teheran e la conseguente cattura di ostaggi di nazionalità americana.

Sebbene il saggio dello scrittore e sceneggiatore, Gholam Hossein Sa'edi, che venne imprigionato dallo Shah, sia molto interessante ed esplicativo, per certi versi, Telex Iran, approfondisce di più il suo autore che gli eventi storici iraniani. I messaggi che emergono in Telex raccontano molto il business del fotogiornalismo freelance: se Life pubblicherà un'immagine o una storia, se il New York Times era interessato ad avere più foto della strada di fronte l'ambasciata etc. Ma quello che Peress provò a fare in Telex Iran, fu comunicare che secondo lui bisognava “fotografare l'intersezione fra il mondo interno ed esterno, per capire il punto più vicino all'oggettività che è l'accettazione della propria soggettività grazie alla quale si cammina sulla sottile linea che divide i sogni dagli eventi”.

Il libro "Telex Persan" (Contrejour, 1984) è disponibile presso la nostra libreria: Clicca qui

Testo tratto da: Andrew Roth "The Book of 101 Books" (PPP Editions/Roth Horowitz, 2001).

Tradotto da Libreria Marini.

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