Graciela Iturbide: Dreams & Visions, di Ramon Revertè

Per più di 50 anni, Graciela Iturbide, riconosciuta come la più importante fotografa vivente dell'America Latina, ha raccontato la vita nel suo natio Messico. Le sue liriche immagini in bianco e nero di scene di vita a Città del Messico, delle donne Seri nel deserto del Sonar, dei raduni politici a Juchitàn e del bagno di Frida Kahlo, oggi sono apprezzate in tutto il mondo. All'età di ventisette anni, aspirando a divenire regista, si iscrisse all'università seguendo i corsi con il maestro della fotografia messicana moderna Manuel Alvarez Bravo. L'esperienza fu molto formativa, “Più che un maestro di fotografia”, lei ricorda “Don Manuel mi insegnò la vita”.

All'inizio di quest'anno, l'editore Ramon Revertè è andato a trovarla a casa sua a Città del Messico nel quartiere di Coyoacàn. Una parete del suo salotto è ricoperta di scaffali pieni di fotolibri meravigliosi. Nel suo studio costruito da suo figlio Mauricio Rocha, noto architetto, dall'altra parte della strada, altari di oggetti e libri che appartennero ad Alvarez Bravo e Josef Koudelka. Nel periodo in cui Revertè è andato a farle visita, Iturbide aveva da poco inaugurato due grandi personali, la prima al Museum of Fine Arts di Boston, l'altra al Palacio de Cultura Citibanamex, nel centro storico di Città del Messico, che ha attirato centinaia di migliaia di visitatori. Durante l'intervista, Iturbide ha parlato intimamenete dei suoi primi passi, della sua passione per la fotografia e per i libri, dell'intramontabile interesse per le culture indegene del Messico e dei suoi fotografi preferiti, incluso Alvarez Bravo, che fu, per lei “il suo guru”. Ha raccontato che una volta, parlando, disse ad Alvarez Bravo che stava andando a Parigi per visitarne i musei, e lui le chiese semplicemente: ”Ma perchè? Dove vai, se puoi vedere e ritrovare tutto nei libri!”. Da lettrice accanita, Iturbide, accolse il consiglio, ma solo in parte, perchè in fondo lei non ha mai smesso di viaggiare.

Ramón Reverté: Vorrei sapere qualcosa in più sull'inizio della tua carriera – sono sicuro, che probabilmente questa domanda ti sia già stata fatta almeno mille volte – Come ti sei avvicinata alla fotografia? E sono curioso di sapere se fin da piccola ti è piaciuto dipingere e fotografare o è un interesse che è nato a seguito del tuo incontro con Manuel Álvarez Bravo?

Graciela Iturbide: Nella mia famiglia non c'era nessuna affinità per questo tipo di cose, io volevo fare la scrittrice fin da quando ero piccola. Mio padre, che era un conservatore vecchio stile, non voleva che andassi all'università, perchè secondo lui le donne dovevano stare a casa. Mi sono sposata molto giovane. E ho avuto in poco tempo tre figli. Volevo studiare filosofia e letteratura, ma chiaramente non potevo perchè con tre figli non avevo tempo. Quando ero piccola, ricevetti una macchina fotografica con la quale feci molte foto, aiutata da mio padre che era un fotografo amatoriale. Amavo andare nel suo armadio e rubare le sue fotografie ma come si può facilmente immmaginare, dopo venivo punita. Lui non sapeva che sarebbe dovuto essere stato orgoglioso di quei furti. Nel 1969, quando avevo ventisette anni, ed ero già sposata, ascoltai alla radio che esisteva all'università un corso per studiare cinema e io mi iscrissi immediatamente. Fu molto semplice essere ammessa: tutti vennero ammessi, perchè la scuola aveva appena aperto. Lì ho conosciuto Manuel Alvarez Bravo che insegnava fotografia. Io avevo il suo libro, pubblicato nel 1968, durante le Olimpiadi del Messico, glielo portai e lui me lo firmò. Gli chiesi inoltre se potevo seguire le sue lezioni di fotografia e lui acconsentì. Nessuno all'epoca frequentava queste lezioni, perchè tutti volevano fare i registi. Dopo due giorni, mi disse: “Mi piacerebbe che tu fossi la mia achichincle“ e io risposi senza riflettere “certo”. Un achichincle, in Messico, è una persona che assiste alla costruzione di qualcosa ma che comunque fa qualcosina in ogni passaggio. Questo è quello che succese e che mi cambiò la vita. Parlammo a lungo di pittura, ascoltammo molta musica. Lui aveva un modo di pensare completamente differente dalla mia famiglia e questo fu la mia salvezza. Un giorno mi disse ”Sai Graciela, i divorzi aiutano perchè si può ricominciare da capo.” E fu così che mi aprì alla vita. Nel giro di un anno divorziai, senza battaglie legali e senza problemi.

 R.R.: Parlami dei tuoi genitori. Ti portavano a vedere le mostre, quando eri piccola?

G.I.: Non andavamo molto alle mostre, loro preferivano andare ai concerti, all'opera, a cose più musicali. A volte mio padre ci portava al Cervantino Festival. All'epoca era molto piccola ed ero poco interessata alle cose culturali. La mia famiglia aveva delle haciendas, ma con la rivoluzione del presidente Làzaro Càrdenas, persero tutto. Mio padre cominicò a lavorare molto giovane per aiutare la sua famiglia. Quando aveva sedici anni, lavorò ad Oxaca, come assistente dell'archeologo Alfonso Caso, piuttosto strana, come scelta. Lui non ha mai avuto una formazione professionale. Mia madre suonanva il piano durante gli spettacoli, amava la musica classica ed amava anche disegnare. Possiamo dire che lei era molto più attenta a questo tipo di cose, ma non direi che avevo una famiglia colta, erano piuttosto borghesi.

R.R.: Quando hai deciso di studiare cinema, era perchè eri appassionata o perchè piuttosto era una via di fuga? Questa, pensi sia stata una scelta consapevole?

G.I.: Si, fu una scelta consapevole, perchè io volevo veramente farlo. Mi dissi, in un film c'è la sceneggiatura, io voglio studiare letteratura quindi potrei cominciare studiando cinema e vedere dove posso arrivare da lì. L'ho fatto per necessità di studiare qualcosa, perchè prima non mi era mai stato permesso di farlo. Era un bisogno urgente dentro di me.

R.R.: Quindi la fotografia non ti interessava in quel periodo?

G.I.: Ho scattato fotografie da bambina perché mio padre mi regalò una macchina fotografica quando avevo undici anni. Ma scattai fotografie di cose come chiese, dal basso verso l'alto, cose più strane di quelle fotografate da miei cugini e dai miei fratelli. Ho sempre visto mio padre fotografare e ogni tanto stampare qualche pellicola, ma solo per hobby.

R.R.: Dunque fu veramente Don Manuel ad introdurti nel mondo della fotografia?

G.I.: Più che essere il mio maestro di fotografia Don Manuel mi insegnò a vivere. All'epoca stavo già sviluppando un mio rullino perchè precedentemente avevo frequentato dei corsi di fotografia. Un giorno gli chiesi: “Maestro come si fa per sviluppare in modo corretto una pellicola in bianco e nero?”. Lui rispose “Graciela vai in un negozio di fotografia, compra la pellicola, leggi le istruzioni, e questo è come si può sviluppare in modo corretto la pellicola". Non mi disse mai se le mie fotografie erano interessanti o no. Mi parlò molto di pittura, di letteratura e durante i pomeriggi ascoltammo spesso l'opera. Mi ha fatto vedere la vita in un modo differente, diversamente da come la vivevo da bambina. Quando vivevo con il padre dei miei figli, un uomo piuttosto liberale, rispetto agli altri che avevo conosciuto, lui cercò anche di aiutarmi nel mio accrescimento personale. A quei tempi era inusuale per un marito dire “si, si vai a studiare”. Non fu molto semplice.

R.R.: Per quanto tempo hai lavorato con Don Manuel?

G.I.: Ci ho lavorato per circa due anni, ma gli sono stata vicina tutta la vita, questo è il motivo per il quale vivo qui. Quando mi sono separata dal mio partner venni qui (Coyoacàn, un quartiere di Città del Messico) perchè Alvarez Bravo mi disse che stavano vendendo un piccolo appezzamento di terra e che potevo trasferirmi lì.

R.R.: La fotografia non era una strada semplice per mantenersi nella vita...

G.I.: Ho avuto soldi e non ha avuto soldi, e quando non ne avevo, c'erano sempre dei rullini in frigorifero. Ho sempre fatto foto. All'inizio, quando ho divorziato, l'unico lavoro che ho avuto è stato quello di fotografare operazioni mediche per riviste come il Mundo médico (Mondo medico) e Médico moderno (Medico moderno).

R.R.: Cosa facevi da fotografa?

G.I.: Nascite. Una volta ho vinto un premio per una copertina. Mi hanno pagato mensilmente. Non dovevo essere lì tutto il tempo, solo quando mi commissionavano qualcosa. È il solo lavoro a commissione che abbia mai avuto e l'ho adorato.

R.R.: Qual è stato il tuo primo contatto con il mondo della fotografia? È stato all'INI (Istituto Nazionale dei Popoli Indegeni) che hai iniziato?

G.I.: Ho fatto solo un progetto con l'Archivio etnografico dell'INI, al contrario, loro realizzarono vari film e sette libri su questo Archivio sotto la direzione di Pablo Ortiz Monasterio. Fu il lavoro che mi permise di andare nel deserto con i Seri, dove venni completamente soggiogata dalla loro bellezza.

R.R.: La tua prima mostra si tenne in Messico e approdò in seguito anche a New York.

G.I.: La mia prima mostra fu allestita alla Galleria Orozco con Paulina Lavista e Colette Álvarez Urbajtel, poi divenne itinerante e viaggò fino a New York grazie al fotografo Larry Siegel, che fu il mio professore, qui in Messico, prima di Alvarez Bravo. Larry era anche il direttore della galleria di New York.

R.R.: Quindi questa mostra non aveva nulla a che vedere con Don Manuel?

G.I.: Sì, in parte lo riguardò. Per questa mostra Larry parlò con Manuel e quest'ultimo decise che ci sarebbero dovute essere tre donne: Paulina Lavista, Colette Álvarez ed io. Da quel momento in poi io ho avuto solo personali.

R.R.: Come riuscivi a mantenerti e a matenere la famiglia con tre figli, in quel periodo così complicato?

G.I.: All'inizio mi aiutava mio marito ma poi cominciai a lavorare per Mèdico Moderno e nel frattempo facevo anche fotografie a chi me le commissionava.

R.R.: Ritratti?

G.I.: Ritratti e matrimoni per fare soldi, ma non ho mai smesso di fare le mie fotografie. Amavo andare in giro per il Messico con Alvarez Bravo.

R.R.: Hai continuto a vedere Alvarez Bravo?

G.I.: Sempre, fino alla fine, Andavo da lui per vederlo, per parlargli per ascoltare musica insieme. Ma ad un certo punto non ho più voluto essere la sua assistente, per non essere influenzata dal suo stile. Dovevo tagliare il cordone ombelicale.

R.R.: Nonostante l'influenza di Don Manuel sia presente nel tuo lavoro, in senso positivo, tu hai la tua propria personalità in fotografia fin dai primordi. Oggi, cosa ti spinge veramente a fare fotografia? Se vai da qualche parte, cosa ti motiva? Cosa senti di dover fotografare instintivamente?

G.I.: Non è mai troppo chiaro per me, quello che voglio fotografare. Sono sempre uscita a passeggiare, anche quando mi chiedevano di fotografare qualcosa in particolare. La sorpresa è ciò che mi spinge a premere il pulsante della fotocamera. Se dico: "Sì! Che meraviglia! ”- poi premo il pulsante.

R.R.: Di solito fai molte foto?

G.I.: Direi una quantità normale. Non sono come i fotografi di Magnum. Quando li ho portati a casa di Don Manuel, hanno visto un cane sul tetto e hanno iniziato a scattare un sacco di fotografie. Manuel mi ha sempre detto: “Chaca chaca chaca chaca, perché così tanta spazzatura, Graciela? Per cosa?" Ho imparato un modo diverso di fotografare grazie ad Álvarez Bravo, perché lui ha sempre fatto uno o due scatti, non di più. Se, per caso, ne faceva più di due, per lui erano già troppi. Nel mio caso, se mi imbatto in qualcosa e mi piace, potrei anche fare tre o quattro fotografie, ma non sono un fotografa compulsiva. A volte vorrei farei più di uno scatto nel caso in cui il negativo si graffi. Ho sempre fatto fotografie con calma, entusiasmo e sorpresa.

R.R.: Se dovessi venire con te a fotografare per due giorni a Oaxaca, come sarebbe il processo?

G.I.: Sono andata in questi villaggi con la mia macchina fotografica in modo che le persone sapessero che ero una fotografa e vivevo con loro, il che ha creato subito solidarietà. Se vado a un festival in cui è consentito fare fotografia, allora faccio fotografie perché è consentito. Se vedo che non è permesso, che le persone non vogliono che io faccia delle fotografie, non le faccio. Non ho un teleobiettivo, né un treppiedi, né un flash. È come ho sempre lavorato, con una fotocamera portatile ma sempre con la complicità delle persone. A volte, le persone mi chiedono di potersi prendere le loro fotografie, come Magnolia [l'iconica fotografia della serie 1979-1989 Juchitán de las Mujeres]. Ero in una cantina, e lei era lì con me, ha visto la macchina fotografica e mi ha detto: "Hey, hey amore, scattami una foto". Sono andata di sopra con lui, o con lei, nella stanza, si è vestito, si è truccato e ho continuato a fotografare come voleva, esattamente come desiderava.

R.R.: E' chiaro che sei una persona empatica

G.I.: Si, è bellissimo quando le persone ti chiedono di prendersi le fotografie che gli hai fatto. Quando vado a Juchitàn o quando sono con i Seri loro non li considero “l'altro” perchè c'è uno scambio e a volte anche loro vengono a trovarmi a casa mia, lo stesso accade con i Mayo (gli abitanti del Sinaloa) o con i Juchiteco. Queste sono persone del mio paese, proprio come me. E sì, sono capace di essere empatica. Provo a non ferire le persone. Per questo utilizzo un obbiettivo normale che mi permette di avvicinarmi realmente alle persone e permette a quest'ultime di accettarmi anche se non gli chiedo il permesso, possiamo definirlo un tacito accordo.

Vi proponiamo qui di seguito, una selezione dei suoi libri presenti nel nostro catalogo:

 Dodici giorni. Twelve Days

In quei dodici giorni trascorsi tra Maputo, Beira e la costa dell'oceano Indiano, Graciela Iturbide ha fotografato tre cose: le donne attiviste e protagoniste, la nuova generazione di ragazzi e bambini mozambicani, e i simboli della rinascita: case in costruzione e ospedali. Fotografie dirette che mostrano una parte della popolazione che crede dopo anni di colonialismo e di guerra con il sudafrica che il loro paese possa finalmente rinascere [...] M. Delogu

 

El baño de Frida

Nel 2005, per la prima volta dopo 51 anni dalla morte di Frida Kahlo, la fondazione dell'Artista ha aperto, esclusivamente per la Iturbide, le due stanze più intime della famosa Casa Azul a Coyoacan, abitazione privata della pittrice e di Diego Rivera. In questa occasione la Iturbide ha compiuto un ''viaggio'' nel privato dell'artista messicana e, in una settimana, ha raccolto con la sua macchina fotografica ''testimoni'' fondamentali del suo percorso umano e artistico.

 

Juchitan de las Mujeres 1979-1989

Juchitán de Las Mujeres" è una ripresa del capolavoro del 1989, che comprende dieci anni di viaggi lungo l'Istmo di Tehuantepec, vicino al sud di Oaxaca, dove Iturbide visse immersa nella cultura zapoteca precolombiana indigena della remota regione.

 

Mi Ojo

Nella sua ultima pubblicazione, "Mi Ojo", Iturbide presenta una misteriosa selezione personale delle sue fotografie in bianco e nero, un'esplorazione obliqua di quella cosa inafferrabile che può creare o distruggere un'immagine: l'occhio del fotografo. Usando inchiostro d'argento su fogli neri per stampare le sue immagini, Iturbide spinge i limiti di ciò che una fotografia può essere, creando immagini dall'aspetto di negativi molto contrastate, che rappresentano la stranezza intrinseca delle fotografie. Progettato in un formato piccolo e intimo e pubblicato in un'edizione limitata di 1.500 copie

 

Piedras

Piedras (Stones) presenta opere inedite realizzate nel corso di diversi decenni dalla fotografa messicana Graciela Iturbide. Utilizzando una fotocamera formato 6x6, Iturbide ha focalizzato il suo obiettivo su alcune particolari pietre.

 

(Fotografie Courtesy the artist e Courtesy the Museum of Fine Arts, Boston)

Articolo tradotto da Libreria Marini.
Per leggere l'originale pubblicato da LensCulture: Clicca qui

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