Jim Dine. Berlin as it Was in Winter

 

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La fotografia mi ha consentito di accedere al mio inconscio in modo molto immediato. 
Ciò ha voluto dire non dover aspettare che il colore si asciugasse, non dover aspettare di guardare più da vicino, non dover aspettare di cancellare, raschiar via, coprire di vernice, ricominciare.
Con la fotografia tu hai tutto il giorno per costruire un'idea e poi, una volta che l'hai catturata, è lì per sempre. Naturalmente hai anche la possibilità di distruggerla. Sembra volerci più tempo con la fotografia che con la pittura.

Puoi parlare di come allestisci le ambientazioni?

Quello che faccio è fotografare, non con l'incisione, ma con tutte le stampe digitali cioè stampe a colori o stampe Iris in bianco e nero, fotografo con una macchina fissa. 

Io non faccio manipolazioni. Non uso Photoshop con tutte le sue funzioni. Io fotografo e poi faccio l'anteprima. Faccio l'anteprima molte volte finché non la faccio giusta. E questo accade cambiando gli oggetti. Dispongo gli oggetti, cambio le parole, lascio un pentimento di linguaggio sul muro, dipingo il muro di nero, uso gesso bianco, poi ci dipingo sopra oppure lo lavo via. Lavoro sempre in una piccola superficie di 2 metri per 2 circa. È un piccolo spazio intimo che considero mio e diventa il mio studio. Faccio molte prove di stampa e, alla fine, quando ci sono, raramente a quel punto distruggo ciò che ho fatto, perché l'ho visto così tante volte.

La fotografia è qualcosa che continuerai?

Nessuno sa queste cose, ma per ora continuerò.

Il disegno, i dipinti e gli altri lavori?

Non smetterò mai.

Così è una cosa che tu hai aggiunto, non che ha sostituito qualcosa.

Esatto, non ha sostituito niente. Ha accresciuto la mia vita

Il testo  "Una conversazione tra Jim Dine e Martha Boyden" è estratto da "Jim Dine in italia", catalogo della mostra omonima, curata da Martha Boyden, tenutasi a Siena dal 22 Ottobre 2000 al 13 Gennaio 2001. 

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