Un ricordo di Giorgio Upiglio (1932-2013)

di Adele Marini

Adesso che Giorgio Upiglio non c’è più il mondo dei libri è meno allegro e affascinante di prima. Il 12 ottobre scorso è scomparso a 81 anni un grande editore/stampatore. Figura unica nel genere del libro illustrato e del libro d’artista italiano, che oltre a editare e progettare i libri della sua casa editrice Grafica Uno (dalle sue iniziali) li “faceva” per larga parte proprio lui con le sue mani.
I torchi e gli inchiostri avevano lasciato sul grande Maestro milanese un solco profondo, curvata la schiena e scurite unghie e dita in maniera indelebile.
Ma le linee incise sulle lastre di metallo che ha guardato con scrupolosa passione per cinquant’anni non avevano corroso il suo spirito, curioso e appassionato fino all’ultimo.

Come quello del giovane alle prime scoperte che nel 1962 fondava la stamperia d’arte, lasciandosi per sempre alle spalle gli esordi tipografici di grafico pubblicitario.
Nasceva così, sempre nello stesso anno, la prima di una lunga serie di opere (oltre 300 tra libri d’artista. libri illustrati con incisioni originali e cartelle di acqueforti e litografie) dal titolo significativo di “Work in progress”, con poesie di Roberto Sanesi e incisioni a colori di Marialuisa De Romans. Nel giro di poco tempo l’irta scalinata del quartier generale di Via Fara cominciò ad essere percorsa dai più importanti pittori, scultori e scrittori del panorama nazionale ed internazionale, dando vita ad una fitta rete di scambi intellettuali nella Milano febbricitante degli anni Sessanta.
Sia che si stampasse per le sue edizioni Grafica Uno o per quelle di amici editori italiani e stranieri, presero a frequentare la sua tana di colori e carte Enrico Baj,Valerio Adami,Hsiao Chin,Emilio Scanavino,Cesare Peverelli,Alberto Giacometti,Marcel Duchamp e Man Ray, autori questi ultimi dei celebri “Il reale assoluto” e “The Large Glass and Related Works”.
Albero PoetaNel 1966 anche Lucio Fontana faceva il suo ingresso in stamperia creando la cartella “Serie rosa”, partecipando a “L’eredità di Dante” e in seguito a “L’albero poeta”, uno dei progetti più impegnativi della stamperia che vedeva la collaborazione di Fontana, Baj, Pietro Cascella, Alik Cavaliere, Roberto Crippa, Gastone Novelli, Achille Perilli, Giò e Arnaldo Pomodoro, Francesco Somaini, Guido Ballo. E ancora Claire Falkenstein (“Struttura grafica”. 1964), Pierre Alechinsky (“A la gare”. 1966), Kumi Sugai (“Sugai ou la tension maxima”. 1966), Giorgio De Chirico, Giovanni Korompay, Joe Tilson,Graham Sutherland,Gunter Grass (“Mit Sophie in die Pilze gegangen”), Masuo Ikeda (“Gli angeli mi disturbano”. 1969), Wifredo Lam (“Apostroph’ Apocalypse”. 1967) diedero vita ad un via vai frenetico e vitale e ad una produzione originale di libri d’artista straordinariamente curati. Parole e immagini venivano così sapientemente fuse insieme da divenire un tutt’uno inestricabile, tanto che stabilire se fossero i mostri alati di Lam ad illustrare il poema del poeta rumeno Gherasim Luca o piuttosto le surrealistiche profezie di Luca a far da supporto ai colori di Lam diventava impossibile.

Giorgio Upiglio e Dino BuzzatiTra le sue memorabili realizzazioni figurano “El circulo de piedra”, che riunisce poesie dell’esule Carlos Franqui, musica di Luigi Nono e litografie di 15 artisti tra cui Calder, Tapies, Vedova, Jorn, Corneille, César, Mirò; “Le gambe di Saint Germain” l’ultimo libro realizzato da Dino Buzzati prima di morire e il primo in veste di illustratore di un testo altrui (Osvaldo Patani); le geometrie colorate di Hsiao Chin in “Oh! Che Vertigine!” e “Un processo di penetrazione”; “Per grazia ricevuta” del grande illustratore Leo Lionni che qui riunì litografie fustellate di quindici differenti profili di donne; “Chapeaugaga” e “L’interieur” di Enrico Baj che con Upiglio ebbe un duraturo e proficuo rapporto artistico.

Tra gli scrittori e i poeti che collaborarono con lui per i testi da affiancare a incisioni e litografie impossibile non ricordare Alda Merini, Sandro Penna, Arturo Schwarz, Raffaele Carrieri, Edoardo Sanguineti, Giovanni Arpino,Guido Ballo e tantissimi altri.

Upiglio e De ChiricoDal 1962 ad oggi l’originalità è stata un fattore costante del suo lavoro che gli ha consentito di produrre artigianalmente edizioni a tiratura limitata e ad estrosità illimitata. La fantasia nell’ideare legature, custodie, cartelle e impaginazioni ha sempre accompagnato parole e pensieri in libertà e progetti ad alto rischio. Le volte che si lasciava andare a riflessioni sulla vita e sull’arte, in una pausa dai torchi sempre accompagnata dall’immancabile Rothmans tra le dita, diceva di avere sempre inseguito il nuovo, rischiando in prima persona, di aver sempre sostenuto giovani promettenti in progetti coraggiosi, stampando gli artisti “laureati” per poter avere risorse sufficienti a promuovere le nuove leve.
La questione dei giovani gli stava molto a cuore.
Si rammaricava che nessuno lo affiancasse più come un tempo a tirar mezzanotte stampando, di non riuscire a vedere lo stesso fermento che animava il mondo della grafica originale negli anni Sessanta-Ottanta. La sua è stata senza dubbio una passione totalizzante, che ha lasciato poco o nessuno spazio al resto. Una di quelle passioni che non tolleravano sospensioni, deviazioni, sotterfugi. Quando ad uno dei tavoloni del suo atelier guardava un foglio umido appena tirato e magari accennava uno dei suoi sussurrati “porco Giuda” se qualcosa non andava, si aveva la sensazione che per lui nessun’altra scelta sarebbe stata possibile, tanto spontanei sembravano i gesti, gli sforzi profusi, l’impegno.

atelier grafica unoLe sue cassettiere e le sue librerie erano proprio lo specchio delle sue più intime convinzioni. Aggirandosi liberamente nel grande spazio sereno che è stato l’atelier Grafica Uno, con la musica classica sempre in sottofondo, perdendosi tra i profumi di carte fatte a meno, inchiostri e sigarette, si percepiva subito come Upiglio avesse creduto veramente che la bellezza prescinde dai grandi nomi di artisti e l’arte non si accompagna solo ai soldi. E che soprattutto la passione per ciò che si fa è l’unica cosa che conta veramente. Proprio questa convinzione aveva permesso un atteggiamento estremamente fiducioso nei confronti di qualsiasi tipo di artista, autentico o improvvisato, di incisori amici di una vita intera e di ragazzi di tutta Europa che giungevano in stamperia per imparare. Così capitava che aprendo a casaccio una delle cassettiere della sua stamperia o le ante di una libreria che scoppiava ci si imbatteva in litografie, acqueforti e volumi realizzati con Mimmo Paladino, Man Ray e Duchamp, De Chirico o Baj, ma anche nelle prove di stampa di un medico in pensione appassionato di grafica, nei fogli dei tanti apprendisti ansiosi di imparare le svariate tecniche di questo antico mestiere e persino in una stampina realizzata da un bambino per un concorso di tanti anni fa (che avresti potuto confondere coi ‘segnacci’ neri e rossi di Antoni Tàpies, anche lui passato di qui).

Non amava fare nomi o confessare le sue predilezioni (“poi cosa fai se ti dico che quello mi piace più di quest’altro, eh? Il tuo gusto deve essere libero, autonomo”). Sosteneva la necessità del viaggio e dell’esperienza diretta di nuove culture e di diversi modi di operare (“perché si deve viaggiare, bisogna stringere contatti, andare in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in tutto il mondo a vedere come fanno gli altri”). Come aveva fatto lui che prima di avviare la sua stamperia era andato in giro dovunque alla scoperta del mestiere, chiedendo udienza a stampatori, tipografi e calcografi in Europa e negli Stati Uniti. Come tutti gli stampatori ha osservato profili, segni e lettere sulla lastra sempre al contrario, immaginando quale sarebbe stato il risultato di quest’intreccio metallico sul foglio stampato. Sarà stato forse per questo suo guardare il mondo alla rovescia che durante tutti gli anni della sua lunga attività ha ribaltato la scala dei valori di molti artisti contemporanei, anteponendo alla smania di denaro una bramosia di lavoro e una dedizione illimitata.
Ha anteposto all’ossessione della vendita comoda e sicura il rischio di pubblicazioni la cui diffusione nel circoscritto mercato del libro a tiratura limitata non era né garantito né certe volte minimamente pensabile.
Ma l’arte, secondo Giorgio, era proprio questo.

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