Il ritratto della follia. La fotografia psichiatrica in Italia dal 1850 al 2000

Intervista a Luciano D'Alessandro pubblicata nella tesi di laurea di Francesca Orsi, "Il ritratto della follia. La fotografia psichiatrica in Italia dal 1850 al 2000". Napoli,  24 giugno 2008

F.O. Prima de “Gli Esclusi” lei stava già affrontando una ricerca fotografica sulla solitudine dell'Uomo. Sono queste, quindi, le radici del suo fotoreportage?
L.d'A. Cercavo la solitudine dell'Uomo, la solitudine che viene definita ontologica. Pensavo insistentemente alle caserme, ai carceri e al manicomio. Poi incontrai Sergio Piro che mi mise a disposizione gli spazi del Materdomini di Nocera Superiore. La prima impressione fu che la solitudine derivasse unicamente dalla malattia. Il problema fondamentale era di ordine sociale, l'esclusione era di ordine sociale.

F.O. Morire di classe fu un fotoreportage di testimonianza e denuncia, il suo intento era lo stesso o era più un'analisi sull'Uomo?
L.d'A. Inizialmente era un'analisi sull'uomo, la denuncia sociale è  venuta dopo di conseguenza. Quando entrai al Materdomini io accusai Sergio Piro di essere un carceriere e gli dissi che il loro lavoro si limitava unicamente ad ammassare i malati.

F.O. E lui come reagì?
L.d'A. Lui reagì aprendo il manicomio e creando la dovuta interazione con l'esterno.

F.O. Quindi lei è stata la scintilla che ha fatto scattare tutto?
L.d'A. Questo lui lo scrive nella presentazione del catalogo. È stata la mia consapevolezza che gli ha aperto gli occhi. Dopo il '68, quando aprì il manicomio, aprì degli atelier di pittura per i pazienti e costruì una sala cinematografica.

F.O. Lei era entrato come fotografo nell'ospedale?
L.d'A. Assolutamente si

F.O. Che anno era?
L.d'A. Sono entrato nel manicomio di Meterdomini nel febbraio del 1965 e ho finito il lavoro nel 1968.

F.O. Quando se ne andò i cancelli dell'ospedali erano ancora chiusi?
L.d'A. Si

F.O. Nell'arco di tre anni lei ha costantemente visitato l'ospedale Materdomini di Nocera Superiore. Quanto ha influito l'approccio psicologico su di lei e sulle sue fotografie?
L.d'A. Certo, sono stato influenzato da un approccio anche psicologico. Ma quello che ricercavo non era tanto questo tipo di analisi, ma mi premeva maggiormente una lettura di critica politica e sociale. In quel clima di denuncia non si poteva fare altro.

F.O. Il continuum del tempo che lei ha trascorso all'interno dell'ospedale è una cosa che si può riscontrare nel suo fotoreportage? Se si, dove?
L.d'A. Non saprei. Non sono un buon giudice del mio lavoro. Si vede solo che è un lavoro molto tranquillo. Non ci sono sottolineature. Quando si ha tempo non si sottolinea. Nel caso del manicomio, dove la realtà di degrado e di violenza era evidente, era il “materiale” che si aveva sotto gli occhi a dare forma al lavoro, senza dover esaltare l'immagine con particolari accorgimenti tecnici o caricarla di strane metafore.

F.O. Berengo Gardin mi ha detto che il suo intento era quello di fotografare le condizioni del malato, non la malattia. Per lei valeva la stessa cosa?
L.d'A. Certo. Non si può fotografare la malattia. Sul mio fotoreportage è stato anche girato il documentario di Michele Gandin.

F.O. Quale, tra il suo fotoreportage e il documentario, reputa come mezzo più adeguato per testimoniare la denuncia?
L.d'A. Forse il documentario è più forte. Per tutti gli accorgimenti che gli sono stati applicati, oltre le mie foto. Il testo di Sergio Piro è tagliente e d'impatto, la voce narrante viene plasmata adeguatamente in base all'evenienza e al ritmo che si vuole dare alle immagini, non risulta mai piatta. Per tale motivo il documentario, forse, agisce meglio nella mente altrui.

F.O. Durante i tre anni ha avuto dei contatti particolari con qualche paziente?
L.d'A. Difficilmente. Salvo a qualche breve situazione come quando facevano il pane, quando riordinavano le camerate, se le riordinavano, ma un contatto diretto non c'è stato. Il malato mentale era inavvicinabile. Qualsiasi cosa avessi fatto sarebbe stato inutile. Loro erano nel loro mondo, non cercavano né il contatto, né lo sguardo altrui. Era come se mi guardassero attraverso.

F.O. Una foto che mi ha molto colpito è quella del paziente che sta leggendo delle scritte al muro.
L.d'A. Sta scrivendo. E poi cancellava quello che scriveva. Le sue scritte erano un'insalata di parole.

F.O. Secondo lei perché per testimoniare il problema della salute mentale Basaglia utilizzò, oltre ad altre forme artistiche, anche un mezzo come la fotografia?
L.d'A. Questo lo faceva anche Piro al Materdomini. Non certamente per rappresentare, ma erano convinti che l'arte come terapia funzionasse bene: furono attivati corsi di pittura a cui partecipavano sia uomini che donne contemporaneamente e fu creata una sala cinematorgrafica. L'apertura verso il mondo esterno era fondamentale. Tutto questo veniva dall'esperienza che aveva tramandato Goffman in Asylums. Quella fu l'esperienza guida.

F.O. Non ha mai avuto contatti con Basaglia?
L.d'A. Non ho mai conosciuto né lui né la moglie.

F.O. La fotografia è usata anche come terapia secondo lei? Come ripresa dell'identità?
L.d'A. No non credo. Al Materdomini, per lo meno non fu così. I miei scatti servirono come denuncia. E i pazienti, di sicuro non si misero a fare foto. Sarebbe stato un processo troppo lungo.

F.O. L'esperienza che Scabia racconta in “Marco Cavallo” parla di pazienti contenti di ri-vedersi tramite le foto di loro appese al muro. Solo alcuni le strapparono e non vollero farsi fotografare.
L.d'A. Questo non successe al Materdomini.

F.O. Che riscontro ebbe Gli Esclusi quando uscì?
L.d'A. All'inizio non ebbe molto riscontro. E questo perché all'inizio la gente si identificava con il malato. Guardavano lui e ci si ri-vedeva.

F.O. E cosa è cambiato poi?
L.d'A. Quelle fotografie poi servirono a cambiare le cose all'interno della società. Il mio e anche gli altri fotoreportage, anche non professionali, incominciarono a occuparsi di denuncia e delle contraddizioni della società. Quindi piano piano si cominciò ad assumere una consapevolezza anche all'esterno.

F.O. Lei è stato il primo ad intraprendere un lavoro di questo genere?
L.d'A. No. C'è un solo esempio prima del mio libro: “Nothing personal” di Avedon. Egli riserva un capitolo ai malati mentali. Ma sono omosessuali: si guardano teneramente negli occhi, si stringono la mano, hanno un atteggiamento molto dolce. Avedon ha affrontato l'argomento non da un punto di vista di denuncia sociale e critica, ma come un fatto singolare e particolare all'interno del problema della salute mentale. Quindi dopo la sua, la pubblicazione più organica a riguardo è stata la mia.

F.O. Lei ha creato il precedente per l'interpretazione della “follia” quindi?
L.d'A. Non si può parlare di interpretazione della “follia” ma di interpretazione di uno stato sociale corrotto. Per interpretare la “follia”, interpretabile che sia, serve lo psichiatra o chi ha gli strumenti per farlo. Io sono un fotoreporter e ho fatto il fotoreporter.

F.O. Secondo lei, il fotogiornalismo in questo campo come si è evoluto? Non c'è secondo lei un'inflazione dell'iconografia del manicomio?
L.d'A. Probabilmente si. Prima parlavo delle non sottolineature dei fotoreportage di allora, non vale lo stesso per i lavori di adesso. Ora è solo ripetizione e voglia di scioccare. Se la realtà è già forte di suo, è molto semplice fotografarla e rappresentarla, senza dover sottolineare nulla.

F.O. La concezione di “punctum” di Barthes mi sembra che faccia maggiore riferimento ai vostri fotoreportage, quelli della metà degli anni ' 60, fine '70, mentre quelli di ora si rifanno di più ad una concezione di “studium”, una sorta di ricerca, anche artistica, non sono approfondimenti.
L.d'A. La mia generazione ha attraversato un momento molto importante ed interessante: la fine della seconda guerra mondiale. Contribuire alla ricostruzione del paese, ma non solo quella fisica, ma anche sociale, culturale era un bel da fare. Tutto sembrava possibile. La mia generazione ha vissuto quello che poi non si sarebbe più vissuto: una sorta di identità collettiva. Quando si giudica il mondo odierno bisogna vedere in che mondo si è vissuto.

F.O. Dice che bisogna ricontestualizzarlo quindi?
L.d'A. Si certo. Se facessi il manicomio oggi sarebbe inutile.

F.O. A riguardo, cosa pensa del lavoro di Uliano Lucas sul dopo l'apertura del manicomio?
L.d'A. Il nostro era un progetto d'intervento, un contributo alla conoscenza. Ci siamo messi d'accordo con Lucas e gli altri. Abbiamo fatto un lavoro a più mani, ognuno ha fatto un pezzo.

F.O. E in base a cosa?
L.d'A. Occhio nuovo. Taglio nuovo. Mano nuova. Testa nuova. Io sentivo la mia mano già molto appesantita.

F.O. Quando venne aperto il manicomio, alcuni fotografi seguirono il paziente nelle case famiglia e nelle comunità d'accoglienza, altri testimoniarono le strutture vuote. Che ne pensa?
L.d'A. C'è un grande equivoco nella società d'oggi: ci chiamano artisti, ma gli artisti sono coloro che guardano perdutamente da lontano, mentre la fotografia ha rappresentato lo stato d'animo del malato mentale in quel determinato momento. Il vero fotoreporter va dietro alla figura umana.

F.O. Che sguardo fu il suo nell'affrontare questo lavoro?
L.d'A. Uno sguardo che doveva capire per poi far capire.

F.O. Dopo quanto fece il primo scatto?
L.d'A. Dopo un mese. Prima mi sono fermato a guardare. Ero tremebondo e sfatto. Ho aspettato che le mie emozioni si placassero, per prendere poi l'atteggiamento di sempre: un distacco interessato, coinvolto. C'erano tante di quelle cose da capire, ho dovuto filtrare tutto così.

F.O. Si sente di avere avuto un occhio esterno a riguardo dell'argomento?
L.d'A. La posizione del fotoreporter è un esterno avvertito, coinvolto, ma completamente sciolto. Io ho fatto bene il mio lavoro quando ho fatto capire cosa stava succedendo.

F.O. Con una sua visione?
L.d'A. Quella non era importante.

F.O. Lei ha fotografato soprattutto le mani dei pazienti. Perché?
L.d'A. In generale le mani raccontano l'inerzia e la ribellione, sono gli strumenti che fanno e disfanno il mondo. Quelle dei malati mentali ancora di più. Raccontano la loro storia d'oppressi. Berengo Gardin mi prendeva in giro per questo, mi diceva: “Fai troppe mani!” e la mia risposta era: “E tu troppi cessi!”. Le mani sono una delle parti più espressiva del nostro corpo.

F.O. Cosa le è rimasto di quella esperienza?
L.d'A. Certamente è stata un'esperienza importante. Mi sono inserito dentro al meccanismo di oppormi ad una società aggressiva, famelica e sfruttatrice.

F.O. Tutto ciò era l'intento di in un intero ambiente di estrema sinistra.
L.d'A. Già, una sinistra molto marcata. Io e Piro abbiamo la consuetudine, anche un po' per scherzo, di dire che questo è stato il nostro '68, anche perché eravamo troppo vecchi per andare con gli studenti. Ma anche noi abbiamo dato il nostro bell'apporto alla causa rivoluzionaria, mi sembra.

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