Intervista a Luciano D’Alessandro

A cura di Sergio Piro e Walter Di Munzio

Perché sei andato in un ospedale psichiatrico e perché proprio a Materdomini?

La vita del fotografo è quella di cercare stimoli che gli permettano di raccontare una storia, di "esprimersi", ma soprattutto di rendere testimonianza. Quell'interesse al manicomio nasce va in un momento politico particolare che faceva sì che la fotografia si allineasse con tutto quel movimento di sinistra che con gli scritti, le conferenze, le immagini denunciava le contraddizioni e la violenza della società in cui vivevamo. Il mio era, appunto, un voler rendere testimonianza. Dei manicomi allora non si sapeva nulla, come delle carceri, delle caserme, insomma delle istituzioni. Perché Materdomini? Perché c'era Sergio Piro, la sua disponibilità a farmi lavorare senza limitazioni con lui per slegare e per parlare, ad assumersi grosse responsabilità, per esempio nei confronti dei padroni della struttura e verso la magistratura: c'erano allora leggi che, in nome dei diritti dei malati, difendevano invece con forza gli interessi dell'istituzione e dei padroni.

Che cosa ricordi del primo impatto col manicomio?

La prima volta che sono entrato sono rimasto immobile per tre giorni in un cortile, senza fotografare mai. Non avevo mai pensato prima che ci potesse essere un "deposito" di uomini così congegnato, che l'orrore si potesse esprimere fino a quel punto.

Hai avuto grosse difficoltà ad entrare in "contatto" con quegli uomini?

Si, ma sapevo di rispettarli con tutte le mie forze. Non era da rispettare chi li aveva ridotti in quello stato. Per me era il potere, la società, i medici stessi. In quel caso particolare lo stesso manicomio privato che sfruttava quel tipo di ricovero. Pare che a quei tempi Materdomini rendesse circa tre miliardi di cui uno solo veniva speso per "assistere" i malati. E che tipo di assistenza! Stavano lì esclusi dalla famiglia, poi dalla scuola e quindi dalla società, stavano lì e rendevano un bel mucchio di soldi.

Quanto tempo sei rimasto a Materdomini?

Tre anni, dal '65 al '68. Andavo in media una volta alla settimana; non è stato un lavoro fatto a tavolino, ma realizzato “dentro” il manicomio via via che la consapevolezza di quella condizione umana aumentava e mi attanagliava. Ho visto persone legate da dieci a quindici anni e che da poco s'incominciava a Materdomini a slegare e a restituire al movimento e a uno spazio accessibile. Gente che non usava le mani. Gente senza futuro. Le immagini non le inventavo, le avevo lì, a me toccava tagliare un pezzettino di realtà e raccontare una storia con quel piccolo taglio, da quell'angolo ristretto.

Che cosa ricordi oggi?

Ricordo soprattutto gli odori di quello che ho visto. Le mie scarpe si impregnavano di quegli odori e per giorni e giorni me li portavo dietro anche nei vestiti. Erano odori orrendi. C'era una situazione di grande degrado, di grande sporcizia. Le immagini stanno nelle fotografie, dicono più delle parole. Ricordo le mani: statiche, immobili, non facevano niente, chi le strofinava l'una contro l'altra, chi girava i pollici, chi rigirava un fiammifero per ore ed ore, quelle mani che potevano "fare e disfare il mondo" (come ricorda Sergio Piro nella introduzione al mio libro)  raccontavano le loro storie di solitudine.

Dalle tue foto si riceve una sensazione di grande rispetto, non ricerchi mai la foto ad "effetto"?

Quello di cui parli si chiama "immagine di rapina" ed io ho cercato di evitarla sempre. Eppure lì, a Materdomini, v'era la possibilità di coglierne tante. Ricordo per esempio due panche nel reparto agitati messe l'una di fronte all'altra, con tutte queste persone legate e c'era tra di loro, in terra, una pozza di urina: i malati vi si rispecchiavano. Sarebbe stato facile sfruttare la finestra in fondo e riprendere controluce un'immagine “suggestiva”. La fotografia può fare cose incredibili nel senso del cogliere momenti “efficaci”, basta essere dei mascalzoni.

Che cosa hai portato 'fuori"?

Una grande esperienza personale, sono cresciuto moltissimo. Poi la gente si interessava, se ne parlava, diveniva "politica". Si possono contare fino ad oggi oltre 250 articoli illustrati con le foto di Materdomini.

Nel tuo lungo lavoro successivo hai trovato altri "manicomi"?

Forse quando ho lavorato alla FIAT: la catena di montaggio mi sembrava un manicomio. E così i ghetti, le periferie, i nomadi e gli zingari, i luoghi dell'abbandono. Un certo tipo di lavoro così feroce e disumanizzante mi è sembrato un manicomio. Ma come il Manicomio no. Quelle mille persone rinchiuse lì mi apparivano come il fondo di un imbuto di tutte le contraddizioni e di tutta la violenza che si potesse immaginare.

 

Questa intervista a Luciano D'Alessandro è contenuta nel volume di Sergio Piro e Walter Di Munzio “Sopra la Panca”. Cinqueprint, Napoli, 1987