Luciano Ferrara: reporter

Luciano D'Alessandro

La sensazione che si prova a guardare le foto di Luciano Ferrara è quella che ancora oggi, nonostante tutto, questo mestiere sia possibile.
Da ogni parte si parla di morte del fotogiornalismo a causa del cambio di velocità dei mezzi di comunicazione e dell'invecchiamento della carta stampata quotidiana, dell'aumentata esigenza di produrre sempre più notizie con mezzi elettronici per interessare un pubblico distratto, non impegnato, e sempre più bombardato da notizie di guerre, tragedie, dirottamenti, scandali politici ed economici, morte ovunque nel contesto di un paese corrotto.
Il fotografo giornalista opera sulla realtà dei fatti che accadono e se si mette da parte per un momento la soddisfazione che questi può provare per aver realizzato bene un servizio, e invece si considera con quanta sufficienza i giornali tengono conto dell'informazione per immagini, gli resta ben poco. Il fatto è che la nostra cultura in generale e più in particolare riguardo all'informazione, continua a prediligere la parola scritta assegnando automaticamente all'immagine il ruolo secondario di illustrazione.
Allora che cosa può fare la fotografia tradizionale nel momento in cui la sua massima funzione, quella del fotogiornalismo, subisce l'emarginazione di cui si è detto e viene schiacciata da un tale cambiamento intorno a lei? Non le resta forse che esercitare un ruolo elitario, non le resta che tentare di stare in un libro, presentarsi in una mostra, apparire sui fogli che non hanno ancora preso quella velocità del cambiamento, non le resta che lavorare per la Storia.
Prospettiva affascinante quest'ultima ma progetto sulla lunga distanza, troppo lunga perché possa funzionare da stimolo continuo che metta in moto quei meccanismi che servono per fare questo mestiere: curiosità, concentrazione, entusiasmo, tenacia, riflessione, scelta politica, estro, uso della propria cultura ovunque si sia formata.
Come si fa allora ad imporre la propria opinione, la propria visione del mondo, quando ci si trova a lottare ogni giorno contro le multinazionali dell'informazione che, manovrate dal potere in atto, sono in grado di soddisfare mediante una distribuzione capillare tutte le più svariate esigenze politiche di parte della carta stampata? La risposta più immediata è che si può fare producendo una qualità inconfutabilmente superiore a patto che la sua caratteristica principale sia quella dell'originalità del punto di vista che fissi la propria attenzione su un piccolo angolo di mondo.
Ma questa qualità, che solo a volte è possibile realizzare, chi la tiene in considerazione tanto da trarne il corretto giudizio usandola al meglio?
Finisce solo raramente nelle mani di altri pochi, pochissimi che sono i meno frettolosi, i più colti, quelli che nei giornali sono considerati un pericolo perché mettono continuamente in discussione gli ordini del manovratore. E questi disubbidienti, assieme a quei fotografi che girano per conto loro, nel più gentile dei casi sono definiti degli "artisti molto simpatici, ma attenzione . .." Si tende invece ovunque a fare spettacolo del banale con la fotografia, la si adopera per dare respiro ad una pagina troppo piena di piombo, molto spesso per riempire uno spazio vuoto con quella che molti ignoranti chiamano "una macchia".
Allora perché, ci si chiederà, non lavorare per una multinazionale dell'informazione con l'immediata soddisfazione di vedere le proprie foto pubblicate ovunque? Non si può perché l'impedimento è il risultato di una scelta politica che parte da molto più lontano. Non si contribuisce a organizzare consensi di quel tipo perché uno dei progetti di quella scelta è quello di lavorare per cambiare questa società utilizzando le proprie idee e quindi il proprio lavoro con tutte le forze in quella direzione, possibilmente in compagnia di chiunque altro desideri le stesse cose.
Altri, per accontentare la richiesta di superficialità ed evasione di un pubblico stanco di problemi, fanno gli artisti mondani oppure, sempre secondo la moda corrente, producono enormi quantità di materiali astratti, nature morte, della realtà che viviamo, destinati a un'informazione bugiarda e reazionaria che non racconta e non racconterà né oggi né mai nessuna Storia.
 Progetto ideale? Meno male! Aiuta a campare insieme alla speranza che è il motore per fare, nella consapevolezza che da quando la fotografia ha scoperto questa sua funzione ci sarà sempre qualcuno che andrà in questa direzione. E Luciano Ferrara è uno di questi: ecco perché ho iniziato scrivendo che la sensazione che si prova a guardare le sue foto è quella che ancora oggi, nonostante tutto, questo mestiere sia possibile.
Ma che razza di progetto è dunque questo se non quello di rendersi graditi ai più evitando con cura di disturbare il manovratore?
Se si vuole raccontare la storia degli ultimi trent'anni di questo paese si deve ricorrere anche a quello sparuto gruppo di fotografi, una dozzina in tutto a quei tempi, con pochi superstiti oggi, che con la loro appassionata testimonianza hanno reso possibile questa memoria producendo materiali straordinari; a quei fotografi che con la loro tenacia hanno sopportato di tutto nel loro mestiere a cominciare da quella frustrante emarginazione che partendo dalla loro scelta di campo e passando per l'interesse che di continuo hanno manifestato per la condizione degli uomini, arriva fino alle denunce scomode che hanno fatto e le contraddizioni di cui si sono occupati.
Non resta allora che lavorare nella direzione che fu l'antica scelta e non resta allora che resistere ancora un volta ai tempi che corrono perché prima o poi le cose dovranno cambiare. E cambieranno solo se non si molla la presa, tutti insieme, dando per questo niente altro che la propria vita, procedendo solitari su una scomoda strada piena di inciampi, vagamente perduti nel proprio idealismo, nelle illusioni, nel sogno, nella poesia. Meglio questo che manovrare la corda dell'arrivismo. È un modo come un altro di trasgredire, ma qui la trasgressione diventa forma di vita. Questo è il lavoro di Luciano Ferrara, questa è la strada durissima che da tempo egli ha intrapreso, questa è l'emozione che provoca il suo stare a questo mondo dove vita e mestiere si coniugano, ed è in queste coordinate che si colloca la sua vicenda umana e professionale. Mi accorgo infine di aver fatto un'intervista brontolona a me stesso — forse sono queste le cose che avrei sempre voluto mi fossero chieste in più di trent'anni di lavoro — e mi accorgo anche che fare dell'autobiografia ha un senso quando questa investe la biografia degli altri.

[Presentazione del libro Luciano Ferrara: reporter. Milano, Mazzotta, 1985]

 

 

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