Nicaragua sandinista. Frammenti di una rivoluzione

Luciano D'Alessandro

Sempre mi chiedo, guardando fotografie di guerra su libri e giornali, o assistendo ai servizi che ogni giorno passano in televisione, quale dovrebbe essere il modo più giusto per fare informazione su tale argomento e soprattutto che cosa si deve fare perché l'umanità compia un gesto contro la guerra. L'enorme quantità di immagini di morte che siamo abituati a consumare provocano ormai in ciascuno un rifiuto per l'orrore che recano dentro e, peggio ancora, quell'orrore, riuscendo a mettere in moto dentro di noi tutti quei meccanismi di difesa che possediamo verso gli eventi angoscianti, provoca il ritardo o il blocco dell'estendersi della coscienza civile collettiva.

L'uomo finisce allora per trovarsi in una condizione psicologica il cui effetto più immediato è quello del senso di una profonda impotente estraneità ai fatti che gli accadono intorno. Ormai siamo stati costretti ad abituarci alla visione di un mondo devastato in ogni suo angolo per cause diverse tanto che lo spettacolo che produce non ci emoziona più. Guardo i bambini davanti al video che mangiano e giocano mentre passano le immagini di morte di una delle più recenti  stragi a Beirut per l'esplosione di un'auto bomba, e mi pervade un profondo senso di angoscia. Le multinazionali dell'informazione con fotografi e corrispondenti su tutti i fronti di guerra esistenti al mondo, pretendono da questi il sensazionalismo per vendere, la morte in diretta, orrore e violenza il più possibile per sbattere in prima pagina quello che comunemente è diventato un consumo come un altro. E da qui la grande produzione per la stampa del mondo intero: colline di cadaveri, fucilazioni in massa, accurate esecuzioni personali, torture frutto di fervide fantasie criminali o di ricerche scientifiche, bambini che hanno perso i genitori o che muoiono di fame, città e villaggi rasi al suolo, morte chimica, il tutto in bianco e nero o a colori, per tutti i gusti, di tutti i formati, in confezione super mercato, per tutte le tasche, pagamento alla consegna in dollari USA, s'intende.
Ma per fortuna c'è chi fa un lavoro diverso, un lavoro di controinformazione non legato al potere delle multinazionali. E di questo voglio parlare.

Claudia Gordillo è una donna gentile, intelligente, minuta, dolce e sembra un po' sorpresa di stare a questo mondo. E nata in Nicaragua, a Managua, e fotografa la sua gente oggi, nel momento in cui il Paese è totalmente assediato. Si muove tra mille difficoltà: in mezzo ai molti disagi, ai pericoli e alla paura, compie lunghi viaggi attraverso il Nicaragua per fare il suo lavoro senza mai sapere se riuscirà a mangiare quel giorno e dove dormirà la prossima notte; difficili da trovare sono le pellicole e le carte fotografiche, difficile sviluppare e stampare, difficile mantenere i contatti con «Barricada», giornale con il quale ha collaborato per alcuni anni.
Eroismo? no, tutt'altro. Si tratta di grande amore per la sua terra, per il suo lavoro, si tratta di testimoniare la Storia, di fare la rivoluzione. Le foto che ci mostra sono dunque il risultato della partecipazione al mondo di appartenenza, sono le sue radici profonde; i volti nelle. sue foto esprimono contemporaneamente forza e dolcezza, volontà di vincere, di conquistare la libertà, volontà di riscattarsi nei confronti di un oppressore che con la sua immensa potenza economica e militare tenta di mettere in ginocchio un popolo mortificandolo nell'animo, nell'orgoglio, nell'economia e anche nei bisogni più minuti, di tutti i giorni.

Sembra che Claudia si avvicini al dramma della sua gente quasi rendendosi invisibile e in quel dramma, che è anche il suo, riesce a trovare, percorrendo strade assolutamente straordinarie di pensiero e sensibilità, la propria poetica tanto più difficile da esprimere all'interno di un meccanismo efferato come la guerra.
La fotografia qui come altrove è ben poca cosa nei confronti dei grandi eventi, poiché la fotografia non può risolvere i problemi ma li svela, denuncia, aiuta a capire. E il modo di fotografare di Claudia è proprio quello che occorre per fornire consapevolezza utile a compiere un gesto contro la guerra, per la pace.

Allora mostrare la guerra senza l'orrore e la morte, e fotografare invece come delitto i danni che la guerra produce nella quotidianeità della gente comune, significa costruire documenti che avendo la qualità di non farsi rifiutare riescono a penetrare molto più profondamente nell'animo e nella coscienza di chi guarda. Sbattere la morte in prima pagina vuol dire vendere di più, non sbattere in prima pagina la morte significa dare al mondo la possibilità di riflettere e di partecipare attivamente ad eventi che anche se accadono così lontani dalle nostre case, ci riguardano da vicino per il solo fatto che stiamo a questo mondo e per le pericolosissime ideologie che recano con le quali potremmo tutti trovarci prima o poi drammaticamente a che fare.

Mi pare proprio questo il comportamento che ogni fotografo debba essere obbligato ad adottare sempre nei confronti della condizione umana: ma quando questa è così estrema l'obbligo consiste allora nell'evitare qualsiasi sottolineatura di mestiere, così come fa Claudia Gordillo.

Sempre mi chiedo, guardando fotografie di guerra su libri e giornali, o assistendo ai servizi che ogni giorno passano in televisione, quale dovrebbe essere il modo più giusto per fare informazione su tale argomento e soprattutto che cosa si deve fare perché l'umanità compia un gesto contro la guerra. L'enorme quantità di immagini di morte che siamo abituati a consumare provocano ormai in ciascuno un rifiuto per l'orrore che recano dentro e, peggio ancora, quell'orrore, riuscendo a mettere in moto dentro di noi tutti quei meccanismi di difesa che possediamo verso gli eventi angoscianti, provoca il ritardo o il blocco dell'estendersi della coscienza civile collettiva.

L'uomo finisce allora per trovarsi in una condizione psicologica il cui effetto più immediato è quello del senso di una profonda impotente estraneità ai fatti che gli accadono intorno. Ormai siamo stati costretti ad abituarci alla visione di un mondo devastato in ogni suo angolo per cause diverse tanto che lo spettacolo che produce non ci emoziona più. Guardo i bambini davanti al video che mangiano e giocano mentre passano le immagini di morte di una delle più recenti  stragi a Beirut per l'esplosione di un'auto bomba, e mi pervade un profondo senso di angoscia. Le multinazionali dell'informazione con fotografi e corrispondenti su tutti i fronti di guerra esistenti al mondo, pretendono da questi il sensazionalismo per vendere, la morte in diretta, orrore e violenza il più possibile per sbattere in prima pagina quello che comunemente è diventato un consumo come un altro. E da qui la grande produzione per la stampa del mondo intero: colline di cadaveri, fucilazioni in massa, accurate esecuzioni personali, torture frutto di fervide fantasie criminali o di ricerche scientifiche, bambini che hanno perso i genitori o che muoiono di fame, città e villaggi rasi al suolo, morte chimica, il tutto in bianco e nero o a colori, per tutti i gusti, di tutti i formati, in confezione super mercato, per tutte le tasche, pagamento alla consegna in dollari USA, s'intende.
Ma per fortuna c'è chi fa un lavoro diverso, un lavoro di controinformazione non legato al potere delle multinazionali. E di questo voglio parlare.

Claudia Gordillo è una donna gentile, intelligente, minuta, dolce e sembra un po' sorpresa di stare a questo mondo. E nata in Nicaragua, a Managua, e fotografa la sua gente oggi, nel momento in cui il Paese è totalmente assediato. Si muove tra mille difficoltà: in mezzo ai molti disagi, ai pericoli e alla paura, compie lunghi viaggi attraverso il Nicaragua per fare il suo lavoro senza mai sapere se riuscirà a mangiare quel giorno e dove dormirà la prossima notte; difficili da trovare sono le pellicole e le carte fotografiche, difficile sviluppare e stampare, difficile mantenere i contatti con «Barricada», giornale con il quale ha collaborato per alcuni anni.
Eroismo? no, tutt'altro. Si tratta di grande amore per la sua terra, per il suo lavoro, si tratta di testimoniare la Storia, di fare la rivoluzione. Le foto che ci mostra sono dunque il risultato della partecipazione al mondo di appartenenza, sono le sue radici profonde; i volti nelle. sue foto esprimono contemporaneamente forza e dolcezza, volontà di vincere, di conquistare la libertà, volontà di riscattarsi nei confronti di un oppressore che con la sua immensa potenza economica e militare tenta di mettere in ginocchio un popolo mortificandolo nell'animo, nell'orgoglio, nell'economia e anche nei bisogni più minuti, di tutti i giorni.

Sembra che Claudia si avvicini al dramma della sua gente quasi rendendosi invisibile e in quel dramma, che è anche il suo, riesce a trovare, percorrendo strade assolutamente straordinarie di pensiero e sensibilità, la propria poetica tanto più difficile da esprimere all'interno di un meccanismo efferato come la guerra.
La fotografia qui come altrove è ben poca cosa nei confronti dei grandi eventi, poiché la fotografia non può risolvere i problemi ma li svela, denuncia, aiuta a capire. E il modo di fotografare di Claudia è proprio quello che occorre per fornire consapevolezza utile a compiere un gesto contro la guerra, per la pace.

Allora mostrare la guerra senza l'orrore e la morte, e fotografare invece come delitto i danni che la guerra produce nella quotidianeità della gente comune, significa costruire documenti che avendo la qualità di non farsi rifiutare riescono a penetrare molto più profondamente nell'animo e nella coscienza di chi guarda. Sbattere la morte in prima pagina vuol dire vendere di più, non sbattere in prima pagina la morte significa dare al mondo la possibilità di riflettere e di partecipare attivamente ad eventi che anche se accadono così lontani dalle nostre case, ci riguardano da vicino per il solo fatto che stiamo a questo mondo e per le pericolosissime ideologie che recano con le quali potremmo tutti trovarci prima o poi drammaticamente a che fare.

Mi pare proprio questo il comportamento che ogni fotografo debba essere obbligato ad adottare sempre nei confronti della condizione umana: ma quando questa è così estrema l'obbligo consiste allora nell'evitare qualsiasi sottolineatura di mestiere, così come fa Claudia Gordillo.

[Luciano D'Alessandro, Introduzione al libro di Claudia Gordillo, Nicaragua sandinista. Frammenti di una rivoluzione. Edizioni Sintesi, Napoli, 1987]

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