Luciano D'Alessandro (1933-2016)

Mario Laporta, Eyesopen sud, n. 7/2016. pp. 80-81

“Ho fatto una foto e dopo, per tutta la mia vita, ho cercato sempre quella”.

"Luciano è seduto sulla sedia a casa e racconta della sua vita fotografica, delle sue tante vite fotografiche, delle aspettative, delle ricerche. del suo essere testimone e divulgatore di realtà sconosciute, troppe volte quotidiane, ma sempre tragiche, troppe volte invisibili.
Invisibili a chi non voleva vedere. Invisibili a chi non poteva o non doveva vedere. Testimone di realtà che, negli anni da lui vissuti, ha fatto divenire dirompenti e determinanti attraverso la forza con la quale le illustrava e ce le restituiva. È mancato Io scorso settembre, aveva 83 anni.

Un fotografo che fu testimone d'accusa. La potenza dei suoi scatti ci ha svelato la condizione disumana dei manicomi, il terremoto, la vita del Sud Italia, la disoccupazione, le migrazioni di metà anni 60, di tanti Sud del mondo e i meravigliosi ritratti di coloro che nella sua vita ha conosciuto.
In una forma e un periodo coevo al Neorealismo. Luciano D'Alessandro ci mostrava ciò che in queste aree accadeva e necessariamente doveva cambiare.
II Neorealismo a volte edulcorava e romanzava queste situazioni, le ritrovammo così atttaverso le sceneggiature del linguaggio cinematografico. La fotografia, la sua in particolare, era ed è tuttora crudezza. Luciano è stato crudo. Sergio Zavoli definì un suo libro "duro”, di osso. pur sembrando amabile… Ci ha mostrato quegli anni. attraverso tutte le realtà meridionali d'Italia e del mondo, senza il filtro cinematografico. Lui era ed è il fotografo dei Sud di quegli anni. L'indagine visiva che ha sempre caratterizzato la sua ricerca ci propone adesso, anni luce da allora, un Meridione che paradossalmente ritroviamo ancora. Precursore di sensazioni e lungimirante nel leggere le vite altrui, oggi leggiamo le sue foto come se fossero state scattate ieri: il disoccupato di Gragnano ha solo i vestiti diversi da un disoccupato del 2016, ma la mano sulla fronte è identica; la famiglia nei sassi di Matera si differenzia solo per lo schermo piatto che oggi probabilmente addobberà la loro casa. Gli esclusi non sono più nelle strutture indagate da Luciano. ma rimangono tali. Gli sposi cubani, stupiti sotto una targa del Palacio de los Matrimonias, esprimono la loro felicità sobria davanti al suo obiettivo.
Inflessibile, intransigente con la sua produzione, era legato a una cinquantina di foto scattate nella sua lunga carriera, cinque delle quali le vedete stampate su queste pagine. Cinque sole immagini con le quali lui conviveva quotidianamente nella sua casa.
Era prodigo di consigli e di lunghi silenzi, che elargiva ogni volta che qualche amatore o professionista si proponeva per quella che oggi verrebbe chiamata lettura portfolio. I suoi consigli hanno formato carriere, i suoi silenzi hanno sortito lo stesso effetto. In virtù della sua etica e dell'intransigenza che lo caratterizzava, Luciano è stato sempre il punto di riferimento per tutti coloro che intraprendevano questa professione. Sempre presente negli eventi che riteneva propedeutici per la fotografia, non ha mai smesso di essere curioso ed indagare il mondo con la sua fotocamera.
Le sue foto sono nei nostri occhi e ci dicono come affrontare senza fronzoli le realtà di cui siamo testimoni. La curiosità che metteva anche nei riguardi delle nuove tecnologie e delle nuove tecniche di ripresa, ci indicano una strada da percorrere che lui ci ha fatto conoscere e che non dobbiamo dimenticare. Fu un fotografo garbato, educato, colto, rispettoso di ciò che aveva di fronte e dei colleghi che affrontavano la professione nel suo stesso modo.
Garbo, etica, educazione, rispetto, cultura: parole desuete, che tante volte oggi sono interpretate come antiche, ma la sua lezione, come i suoi silenzi e il suo volersi allontanare da questa odierna realtà, devono essere sempre un esempio e uno stimolo per continuare ad essere testimoni."