Luciano d’Alessandro: fotografo, umanista, maestro

Dario Coletti, Roma 27 luglio 2018

"Non ho conosciuto direttamente Luciano d'Alessandro, conosco invece il suo lavoro da sempre, da quando cioè ho cominciato ad affrontare il tema del racconto fotografico legato all'uomo e alle sue vicende.

Credo che ogni fotografo si chieda di tanto in tanto quale
importanza possa avere l'instancabile lavoro di comporre e diffondere le proprie immagini, e credo che anche Luciano d'Alessandro in qualche momento della sua vita abbia ragionato sull'utilità del suo operare. Se durante un incontro, che purtroppo non c'è stato, il Maestro d'Alessandro  m'avesse manifestato questa inquietudine, gli avrei raccontato di quanto il suo operare fosse stato importante nella mia formazione
umana e professionale; di quanto le sue fotografie, i suoi pensieri e le sue azioni avessero influenzato il mio approccio ai fatti, di come avessero aiutato il mio sguardo facendolo uscire dalla tentazione del sensazionale a vantaggio di quello straordinario equilibrio narrativo che un documentarista raggiunge quando entra in uno stato di grazia; intendo al rapporto tra mondo interno al fotografo e quello a lui esterno: il mondo, una realtà fatta di materia in forma di personalità, accadimenti, fatti.

Ho maggiormente inteso e usufruito dei suoi insegnamenti nel momento in cui entravo nel tema della malattia psichiatrica e della psichiatria. Quando si entra in un mondo misterioso e sconosciuto come quello della psiche si passa del tempo a capire come relazionarsi ai protagonisti della storia. Di fatto sulla scena non è presente solo un fatto e una fotocamera, a contemporaneamente davanti e dietro a quest'ultima c'è un uomo.
La condizione migliore è che ognuna delle parti sia consapevole del ruolo dell'altro perché è chiaro che entrambi a loro modo giochino il ruolo di protagonista della scena. La centralità dell'uno e dell'altro dipende dal punto di vista. E nel lavoro di Luciano d'Alessandro al centro della scena c'è l'uomo malato e dietro c'è lo spirito della società intera composta da tutti gli uomini e le donne che anche quando si credono assolti, sono lo stesso coinvolti, che hanno, cioè, un ruolo attivo nella vicenda della malattia, dalla sua generazione che si sviluppa all'interno delle disparità sociali, alla sua individuazione, cioè alla capacità di riconoscerla, sino alla sua cura,  una profilassi che non coinvolge solo il malato ma tutta la società ché senza le rimozioni delle cause l'epidemia continua a diffondersi.

Ecco vorrei dire a D'Alessandro che ognuno dei suoi scatti è stato fondamentale per sostenermi, per costruire un'etica di approccio al lavoro sul campo faticosa, che non sempre risponde alla logica del pratico e del veloce ma che ha il potere di sospingermi verso la ricerca della verità attraverso un faticoso e coerente esercizio dell'onestà intellettuale."